Il 13 agosto 2013 il Presidente russo Vladimir Putin si è recato in visita ufficiale a Baku. Nella capitale dell'Azerbaigian Putin ha avuto un colloquio con il presidente Ilkham Aliev; in quell'occasione sono state discusse le questioni della pacificazione nella regione del Nagorno-Karabakh, dello stato giuridico del Mar Caspio e della cooperazione energetica.
Alla presenza dei due presidenti la compagnia petrolifera statale dell'Azerbaigian, Socar, e Rosneft hanno sottoscritto un accordo sulla cooperazione e sulle condizioni di fornitura del petrolio. Le parti si sono anche accordate per costruire un nuovo ponte autostradale sul fiume Samur, al confine tra Russia e Azerbaigian. Al termine della visita, i giornali e le agenzie di stampa hanno pubblicato numerosi comunicati sull'apertura di una nuova fase nei rapporti bilaterali; i due presidenti sono apparsi raggianti, pieni di ottimismo e fiducia nelle splendide prospettive di cooperazione tra Mosca e Baku.
Dall'altra parte, il significato di questa visita esula dai confini di un normale viaggio all'estero e del protocollo formale, e i suoi risultati non sono così univoci come potrebbe sembrare dai resoconti ufficiali. Per valutare correttamente il viaggio del Presidente russo bisogna considerarlo in un contesto più ampio.
Innanzitutto, la visita a Baku si è svolta sullo sfondo di un notevole raffreddamento nei rapporti bilaterali tra Russia e Azerbaigian. Durante tutto il 2012 Mosca e Baku non sono riuscite a trovare una soluzione accettabile per entrambe riguardo all'utilizzo della stazione radar di Gabala.
Alla fine, la Federazione Russa ha interrotto il noleggio della stazione, dopo aver completato la costruzione di una nuova stazione radar nella regione di Krasnodar. Nel maggio 2013 il governo russo ha deciso di interrompere il trasporto del petrolio azerbaigiano nell'oleodotto Baku-Novorossijsk. E, nonostante gli appelli da entrambe le parti a non politicizzare la questione, non si può dire che tale decisione abbia rafforzato la comprensione reciproca tra Russia e Azerbaigian.
Nell'agosto 2013, nel Daghestan, è stata trattenuta la petroliera azerbaigiana Naftalan, sospettata di svolgere attività di contrabbando e la comunità etnico-culturale autonoma dei Lesghi ha denunciato l'arresto di alcuni suoi membri e una politica discriminatoria delle autorità azerbaigiane nei confronti della loro etnia. Pertanto, uno degli obiettivi principali di Vladimir Putin era quello di fermare la tendenza negativa venutasi a creare nel 2012. È significativo che l'argomento della stazione radar di Gabala sia stato escluso dall'agenda dei colloqui, come era stato già annunciato prima dell'arrivo del leader russo a Baku.
In secondo luogo, attualmente anche i rapporti tra la Russia e l'Armenia, alleata strategica di Mosca nell'area a Sud del Caucaso, non attraversano un periodo particolarmente felice. La Russia, impegnata a promuovere i propri progetti di integrazione (l'Unione Doganale, l'Unione Eurasiatica), segue con estrema attenzione i tentativi dei suoi alleati più stretti di potenziare la cooperazione con l'Europa. Tra l'altro, a novembre 2013 l'Armenia prevede di siglare un Accordo di Associazione con l'Unione Europea. In questo contesto, la visita di Putin a Baku può essere considerata anche come un segnale rivolto a Erevan: se volete allontanarvi da noi, anche noi possiamo prendere a nostra volta determinate misure.
In tutto ciò, per la Russia è di estrema importanza mantenersi in equilibrio tra Armenia e Azerbaigian. Prima di tutto perché a Mosca non converrebbe lo "scongelamento" del conflitto nel Nagorno-Karabakh secondo lo scenario dell'Ossezia del Sud. Inoltre, la Federazione Russa e l'Azerbaigian hanno una frontiera comune, quella del Daghestan; e in Armenia c'è una base militare (Gjumri), ed Erevan partecipa all'unione militare e politica Csto (Collective Security Treaty Organization), sostenuta dalla Russia. Stando così le cose, Mosca non vuole che l'Azerbaigian, nonostante i numerosi problemi nei rapporti con questa repubblica, si trasformi in una nuova Georgia.
In terzo luogo, non bisogna trascurare nemmeno i fattori di politica interna. A ottobre 2013 in Azerbaigian si svolgeranno le elezioni presidenziali, le prime dopo l'approvazione delle riforme costituzionali che hanno abolito le limitazioni al numero di candidature possibili per una stessa persona alla carica di capo dello Stato.
E benché l'Occidente, che comprende l'importanza strategica ed energetica dell'Azerbaigian, non si dia troppo da fare per quanto riguarda le istanze democratiche, le sue opinioni sul terzo mandato di Ilkham Aliev appaiono discordanti. In Russia, al contrario, si teme il ripetersi degli "scenari arabi" e si vede nell'attuale leader del Paese confinante una garanzia di stabilità che rende più prevedibile il corso degli eventi nel Grande Caucaso.
Pertanto, non si può considerare la visita di Vladimir Putin come un successo diplomatico. L'Azerbaigian, per quanto possa fare dei passi incontro a Mosca, non rinuncerà alla cooperazione energetica con l'Occidente (i progetti Baku-Tbilisi-Ceyhan, Baku-Tbilisi-Erzurum, e il "contratto del secolo"), e non opterà per i progetti di integrazione guidati dalla Russia.

Lo stesso vale anche per la "sterzata" della Russia dall'Armenia verso l'Azerbaigian. Non se ne può parlare senza farsi prendere dalle emozioni. Una cosa è la pressione diplomatica, un'altra la rottura dello status quo, che può portare alla perdita di un importante alleato, cosa che attualmente non è negli interessi della Federazione Russa.
In poche parole, occorre rendere le nostre relazioni più pragmatiche, porre l'accento non sugli argomenti in grado di dividere, ma su quelli in grado di unire, e interrompere (o almeno sospendere temporaneamente) questa tendenza negativa. Nelle condizioni attuali sarebbe già non poca cosa.
L'autore è collaboratore scientifico esterno del Center for Strategic and International Studies (Csis) di Washington