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lunedì 11 novembre 2013

Card. Scola a Mosca, l'ecumenismo cresce anche nell'incontro tra i fedeli

da www.asianews.it

Il dialogo ecumenico condotto "a livello del popolo" e non solo nelle commissioni, ma anche il rapporto con l'islam e la difesa dei valori cristiani al centro della visita dell'arcivescovo di Milano al Patriarca di Mosca. Sull'imminente visita di Putin al Papa: "Molto contento, Russia punto di riferimento fondamentale in nuovo ordine mondiale".


Mosca (AsiaNews) - Ci saranno prima di tutto la "vita degli ortodossi nella diocesi di Milano", ma probabilmente anche il "lavoro comune nel dialogo con l'islam" e la tutela delle comunità cristiane in Medio Oriente al centro domani, 12 novembre, della "visita di cortesia" dell'arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola, al Patriarca di Mosca, Kirill. Lo ha raccontato alla stampa lo stesso porporato, ieri, nel primo dei suoi tre giorni di visita a Mosca, su invito dell'arcivescovo della Madre di Dio, mons. Paolo Pezzi. Una visita che, nonostante "non sia legata" all'imminente udienza del presidente russo, Vladimir Putin, col Papa - come ha tenuto a sottolineare lo stesso Scola - si inquadra comunque in un periodo di fitti scambi tra le due Chiese.  In questi giorni il metropolita Hilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, è a Roma per incontrare papa Bergoglio e presentare il libro "Verbo di Dio e parola dell'uomo", con interventi del filologo russo Serghei Averintsev. A fine mese, poi, è atteso a Mosca, il presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, mons. Vincenzo Paglia, che interverrà a un convegno organizzato dagli ortodossi, proprio sul tema della famiglia.
"La visita di cortesia che farò al Patriarca - ha spiegato Scola - ha come scopo raccontare la modalità con cui i fedeli ortodossi vivono a Milano e celebrano la divina liturgia, come noi ci rapportiamo a loro dando delle chiese dove possano celebrare e vivendo un rapporto di grande fraternità". A suo dire è proprio su questo "livello del popolo", che si compie il più efficace dialogo ecumenico. "Sono importanti le commissioni dottrinali e teologiche e l'impegno su temi comuni alle due Chiese come famiglia, giustizia, vita - ha spiegato, definendo "costruttiva" la presenza degli ortodossi nella diocesi di Milano - ma ora abbiamo un'occasione in più: quella che i fedeli si incontrino e che condividano la bellezza, la bontà e la verità dell'incontro con il Signore". "Credo che, negli ultimi 30-40 anni, da parte di tutte le confessioni cristiane ci sia la ferma convinzione dell'indispensabilità del dialogo ecumenico, favorito anche dall'attuale mescolamento di culture", ha osservato il cardinale, che non si è sbilanciato sulla possibilità di un incontro tra il Pontefice e il Patriarca di Mosca, atteso da tempo. "Non sono un indovino", ha scherzato, per poi aggiungere, citando il Vangelo di San Giovanni: "Una cosa è chiara, come disse Gesù: 'Che siano una sola cosa perché il mondo creda'". "La prospettiva dell'unificazione - ha così fatto notare, parlando in una conferenza stampa prima del suo intervento al convegno ""Identità, alterità, universalità" presso l'Università ortodossa San Giovanni Crisostomo - non può non essere nel cuore di ogni fedele cristiano".
Per molti esperti, non è scontato che la visita di Putin a papa Francesco possa facilitare l'avvicinamento tra le due Chiese sorelle. Anzi, non è chiaro se l'udienza in Vaticano - ancora non confermata ufficialmente dal Cremlino - sia stata programma in sintonia con il Patriarcato moscovita, che ancora non ha commentato il possibile significato di tale incontro. Di certo, papa Francesco e il capo di Stato russo parleranno di Medio Oriente e difesa dei cristiani nella regione, temi che li hanno visti già uniti nella battaglia per una soluzione politica e diplomatica alla crisi siriana. Il card. Scola si è detto "molto contento" della prospettiva, definendo Putin come "un punto di riferimento fondamentale per l'edificazione di  un nuovo ordine mondiale".
Impegnato con la Fondazione Oasis in prima persona nel dialogo interreligioso, Scola non ha poi escluso che di rapporto con l'islam possa parlare anche con Kirill. In Russia vivono 20 milioni di musulmani e il Paese si sta sempre più proponendo come ponte tra Oriente e Occidente sullo scacchiere internazionale. "Non so come si svilupperà l'incontro con il Patriarca - ha raccontato l'arcivescovo di Milano - certamente il dialogo con l'islam è un tema comune molto importante e io ho trovato sempre molta sensibilità da parte ortodossa e molta consapevolezza della decisività di questa questione per il futuro non solo dell'Europa, ma del mondo intero". "Il problema numero uno non è il dialogo interreligioso, ma quello di una conoscenza reciproca di fronte a un'attuale ignoranza da entrambe le parti", ha poi concluso. (M.A.)

mercoledì 6 novembre 2013

Mosca pensa al ministero per le relazioni inter-etniche, mentre aumenta la xenofobia

da www.asianews.it

di Nina Achmatova
Secondo i media russi, il Cremlino studia come tenere sotto controllo l'escalation di tensione che serpeggia nella società e venuta alla luce, di nuovo, nel Giorno dell'unità nazionale il 4 novembre. Un dicastero con tali funzioni era stato istituto per la prima volta nel 1917, sotto la guida di Stalin.


Mosca (AsiaNews) - All'indomani di centinaia di fermi in tutta la Russia, seguiti alle numerose manifestazioni nazionaliste che si tengono ogni 4 novembre (Giorno dell'unità nazionale), sono iniziate a circolare voci sulla possibile istituzione di un "ministero delle Relazioni inter-etniche", che si occupi di tenere sotto controllo la crescente tensione nel Paese.
La tradizionale 'Marcia russa', organizzata dai gruppi di estrema destra in diverse città della Federazione - e a cui ha partecipato fino all'anno scorso anche il leader dell'opposizione Alexei Navalny - a Mosca ha attirato in modo particolare l'attenzione delle forze dell'ordine, dopo che a ottobre una manifestazione anti-immigrati è finita in violenti scontri nel quartiere periferico di Biryulyovo. In tutto il Paese, i fermi per diverse infrazioni sono stati circa 200.
L'insofferenza verso gli immigrati, soprattutto dall'Asia centrale, sfocia spesso in azioni estreme. Potrebbe avere come movente la xenofobia, per esempio, il duplice omicidio di un cittadino uzbeko e di un kirghizo, trovati morti accoltellati, il 5 novembre a San Pietroburgo. La polizia non conferma, ma anche nella capitale russa della cultura il sentimento anti-immigrati è molto diffuso e nel Giorno dell'unità nazionale ha portato anche ad alcuni raid da parte di gruppi estremisti contro mercati cittadini, dove lavorano diversi migranti.
Le relazioni tra le numerose etnie che vivono nell'immenso spazio russo hanno conquistato, negli anni, un posto di primo piano nell'agenda politica, con le autorità impegnate a studiare misure più severe per regolare i flussi migratori e assecondare le richieste dell'elettorato per maggiori controlli. Secondo il quotidiano Kommersant, che cita fonti del Cremlino e del governo, il dipartimento del ministero per lo Sviluppo regionale responsabile delle relazioni interconfessionali ed inter-etniche assumerà presto un ruolo primario all'interno delle attività del dicastero. "Di fatto si tratta di restituire il ministero per le Politiche etniche e migratorie", hanno spiegato le fonti. Dal dicastero, come scrive il The Moscow Times, ci si limita a sottolineare che finora non ci sono stati decreti o istruzioni dal Gabinetto che prevedano una trasformazione in questo senso. A quanto riporta Kommersant, inoltre, l'idea è anche quella di nominare in ogni regione un vicegovernatore che si occupi in modo specifico della questione.
Il dicastero per le Relazioni inter-etniche fu istituito per la prima volta nel 1917, con l'escalation di tensioni tra le varie etnie, durante il collasso dell'Impero zarista. Il suo primo e unico capo fu Josef Stalin, che ricoprì il ruolo di commissario del popolo per gli affari etnici fino al 1923. Quando i problemi riesplosero con il crollo dell'Urss, nel 1989, fu creato un comitato statale ad hoc, poi trasformato in ministero nel 1994 e chiuso definitivamente nel 2001. Dal 2001 al 2004, a occuparsi della questione fu Vladimir Zorin, in qualità di ministro senza portafoglio.


lunedì 28 ottobre 2013

Georgia si chiude l'era Saakashvili. Margvelashvili vince le presidenziali

da www.ilsole24ore.com


Georgy Margvelashvili (Ap)Georgy Margvelashvili (Ap)
Per gli osservatori europei dell'Osce, l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, le elezioni presidenziali di domenica in Georgia sono state trasparenti, e rispettose delle libertà di espressione, movimento e raduno. Un segno «che la democrazia in Georgia sta maturando», ha concluso il capo della delegazione, Joao Soares. Un risultato nettissimo per il nuovo presidente, Georgy Margvelashvili, candidato sostenuto dal primo ministro, Bidzina Ivanishvili: più del 62% dei voti contro il 21% andato a Davit Bakradze, alleato di Mikheil Saakashvili, che così esce di scena.
Alla guida della Rivoluzione delle Rose del 2003, Saakashvili aveva traghettato il Paese fuori dall'orbita di Mosca, entrando anche in guerra con i russi per cinque giorni, nell'agosto 2008. Ora la politica estera del successore sembra volersi orientare sull'istituzione di buoni rapporti sia con la Russia che con l'Occidente: ma non è facile individuare con precisione la direzione che prenderà la Georgia con Margvelashvili, un affabile professore con dottorato in filosofia sconosciuto fino a poco tempo fa alla politica, proiettato alla presidenza soltanto grazie a Ivanishvili. Che a sua volta getta un'ombra di incertezza sul Paese: il primo ministro, imprenditore miliardario eletto lo scorso anno (una fortuna stimata in 5 miliardi di dollari), ha annunciato che il mese prossimo lascerà il posto a un alleato, scelto nel movimento di Ivanishvili, la coalizione "Sogno della Georgia".
«Non ci sono precedenti - ha detto Ivanishvili domenica al Financial Times - ho vinto e me ne vado. Avevo sempre detto che non sono un politico, che sarei rimasto in politica per due-tre anni per raggiungere determinati obiettivi, cosa che ho fatto». E la Georgia che Ivanishvili lascia è una «vera democrazia con valori europei», dove ora la sfida principale è rilanciare l'economia, in forte rallentamento. Tra le principali promesse esposte da Margvelashvili in campagna elettorale c'è il sostegno agli imprenditori, il miglioramento degli standard di vita, la riforma della giustizia.
Su quest'ultimo fronte si gioca il destino di Saakashvili. Con l'arrivo di Ivanishvili al potere diversi suoi ministri sono stati indagati e arrestati e uno di loro, l'ex ministro della Difesa Bacho Akhalaia, è stato condannato a quasi quattro anni di carcere per abuso di potere proprio mentre venivano diffusi i risultati del voto di domenica. Potrebbe essere la prima condanna di una lunga serie, anche se Ivanishvili insiste: eventuali inchieste su Saakashvili non hanno nulla a che fare con il premier o con il suo governo.


lunedì 21 ottobre 2013

Summit Putin-Singh, per una nuova cooperazione commerciale ed economica

da www.asianews.it

RUSSIA-INDIA
Al momento il cuore dei rapporti bilaterali è rappresentato dal settore della difesa, ma India e Russia vogliono ampliarli. Al centro dell'agenda anche dossier internazionali come Siria e Afghanistan.


Mosca (AsiaNews/Agenzie) - Ci sarà anche la Siria al centro dei colloqui tra il presidente russo Vladimir Putin e il primo ministro indiano Manmohan Singh, previsti per il 21 ottobre al Cremlino. Singh è arrivato il 20 ottobre a Mosca, per quello che è il suo decimo summit con la leadership russa, nonché il 14esimo summit russo-indiano. Come reso noto dall'ufficio stampa di Putin, i due politici discuteranno le prospettive di cooperazione militare bilaterale, la situazione in Afghanistan e "in particolare" quella di Damasco. Fra gli accordi da siglare anche un documento per estendere la cooperazione in materia di energia.
L'incontro si tiene a qualche mese dall'esplosione di un sottomarino della Marina indiana nel molo di Mumbai, l'Ins Sindhurakshak, di fabbricazione russa e sedici anni di navigazione. Nel giugno di quest'anno Mosca ha consegnato la fregata Trikand, costruita nei cantieri navali russi e commissionata da partner indiani. A partire da novembre 2013, poi, è previsto il trasferimento di una portaerei (la Vikramaditya) i cui test sono quasi completi.
Come ricorda lo stesso Cremlino, "la cooperazione militare e tecnica bilaterale è tradizionalmente all'ordine del giorno". Si tratta, sottolineano anche i giornali, di "uno degli aspetti prioritari del partenariato russo-indiano", che ora si vuole allargare anche alla sfera commerciale ed economica, finora "pilastro debole" dei rapporti bilaterali. Per la prima volta, New Delhi ha adottato un approccio più focalizzato su questo punto nella preparazione del summit. Da giugno, il ministro dell'Industria e del Commercio, Anand Sharma, ha visitato già due volte la Russia con folte delegazioni di businessman: prima al Forum di San Pietroburgo, poi in occasione del settimo Forum commerciale ed economico India-Russia, in cui sono stati identificato un numero concreto di progetti. A ottobre il ministro degli Esteri Salman Khurshid ha affrontato la collaborazione economica nell'incontro a Mosca con il vicepremier Dmitri Rogozin e l'omologo russo, Serghei Lavrov. 
Per quanto riguarda la politica estera, la crisi siriana ma anche il dossier Afghanistan, alla luce del ritiro delle forze di sicurezza internazionali il prossimo anno, sono al centro dell'agenda. "Alla fine dell'incontro è prevista la firma di un comunicato congiunto, che rifletterà l'approccio delle due parti sullo sviluppo futuro della partnership strategica, compresa la crescente cooperazione economica e commerciale e la collaborazione coordinata in politica estera", scrive il ministero degli Esteri russo.
Singh visiterà anche l'Istituto per gli Affari internazionali di Mosca (Mgimo) per ricevere una laurea ad honorem. Dopo Mosca, il premier indiano volerà in Cina, il 22 ottobre, per un'altra visita ufficiale.

giovedì 17 ottobre 2013

L’Angola compra armi in Russia, accordo da un miliardo di dollari

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  17 ottobre 2013  alle  6:00.

L’agenzia d’intermediazione di stato russa per l’import/export di tecnologie e servizi legati alla Difesa ha firmato con il governo dell’ un accordo dal valore di 1 miliardo di dollari per la fornitura di equipaggiamento militare, la costruzione di una fabbrica di munizioni e servizi di manutenzione.caccia
Lo riferisce il quotidiano economico russo Vedomosti, che cita fonti vicine all’esercito, secondo le quali venderà al paese africano 18 aerei da combattimento Su-30K .
I Su-30K in questione erano stati consegnati alla fine degli anni novanta all’. Successivamente, nel 2007, sono stati restituiti da che ha acquistato i più recenti Su-30MKI. I caccia, che sono stati offerti anche a Bielorussia, Sudan e Vietnam, sono rimasti inattivi da allora.
Nella lista della spesa angolana figurano anche elicotteri da trasporto Mi-17, artiglieria leggera, armi da fuoco e munizioni.
L’intesa, continua Vedomosti, sarebbe stata raggiunta la scorsa settimana durante la tre giorni di visite del vice primo ministro russo Dmitry Rogozin in Angola. Rosoboronexport e il ministero della Difesa russo non hanno ancora ufficializzato la notizia.

venerdì 6 settembre 2013

Sempre più Russia nell’economia dell’Armenia

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  6 settembre 2013  alle  7:10.

Il governo dell’ ha annunciato la sua intenzione di aderire all’unione doganale controllata dalla e che riunisce diverse ex repubbliche sovietiche. Lo ha confermato ieri il presidente armeno, Serzh , nel corso di una visita ufficiale a Mosca.
“Il presidente dell’Armenia ha comunicato la decisione del suo esecutivo di aderire all’Unione Doganale e ha segnalato che si adotteranno tutte le misure necessarie per l’adesione del suo paese all’Unione Economica Eurasiatica”, riportano le agenzie di notizie russe, che citano una dichiarazione congiunta firmata da Sargsyan e il presidente russo Vladimir .
Quest’associazione economica è formata, attualmente, da Russia, Bielorussa e .
Nell’incontro Putin ha annunciato che la compagnia ferroviaria russa RZD investirà 15 miliardi di rubli (340 milioni di euro) nella rete ferroviaria armena. Inoltre, ha riferito che l’impresa statale russa lavorerà insieme ad esperti armeni per prorogare fino al 2016 il funzionamento dell’unica centrale nucleare dell’Armenia.

domenica 18 agosto 2013

Una partita difficile nel Grande Caucaso

da russiaoggi.it

Una partita difficile nel Grande Caucaso
Vignetta di Niyaz Karim
Il 13 agosto 2013 il Presidente russo Vladimir Putin si è recato in visita ufficiale a Baku. Nella capitale dell'Azerbaigian Putin ha avuto un colloquio con il presidente Ilkham Aliev; in quell'occasione sono state discusse le questioni della pacificazione nella regione del Nagorno-Karabakh, dello stato giuridico del Mar Caspio e della cooperazione energetica.
Alla presenza dei due presidenti la compagnia petrolifera statale dell'Azerbaigian, Socar, e Rosneft hanno sottoscritto un accordo sulla cooperazione e sulle condizioni di fornitura del petrolio. Le parti si sono anche accordate per costruire un nuovo ponte autostradale sul fiume Samur, al confine tra Russia e Azerbaigian. Al termine della visita, i giornali e le agenzie di stampa hanno pubblicato numerosi comunicati sull'apertura di una nuova fase nei rapporti bilaterali; i due presidenti sono apparsi raggianti, pieni di ottimismo e fiducia nelle splendide prospettive di cooperazione tra Mosca e Baku.
Dall'altra parte, il significato di questa visita esula dai confini di un normale viaggio all'estero e del protocollo formale, e i suoi risultati non sono così univoci come potrebbe sembrare dai resoconti ufficiali. Per valutare correttamente il viaggio del Presidente russo bisogna considerarlo in un contesto più ampio.
Innanzitutto, la visita a Baku si è svolta sullo sfondo di un notevole raffreddamento nei rapporti bilaterali tra Russia e Azerbaigian. Durante tutto il 2012 Mosca e Baku non sono riuscite a trovare una soluzione accettabile per entrambe riguardo all'utilizzo della stazione radar di Gabala.
Alla fine, la Federazione Russa ha interrotto il noleggio della stazione, dopo aver completato la costruzione di una nuova stazione radar nella regione di Krasnodar. Nel maggio 2013 il governo russo ha deciso di interrompere il trasporto del petrolio azerbaigiano nell'oleodotto Baku-Novorossijsk. E, nonostante gli appelli da entrambe le parti a non politicizzare la questione, non si può dire che tale decisione abbia rafforzato la comprensione reciproca tra Russia e Azerbaigian.
Nell'agosto 2013, nel Daghestan, è stata trattenuta la petroliera azerbaigiana Naftalan, sospettata di svolgere attività di contrabbando e la comunità etnico-culturale autonoma dei Lesghi ha denunciato l'arresto di alcuni suoi membri e una politica discriminatoria delle autorità azerbaigiane nei confronti della loro etnia. Pertanto, uno degli obiettivi principali di Vladimir Putin era quello di fermare la tendenza negativa venutasi a creare nel 2012. È significativo che l'argomento della stazione radar di Gabala sia stato escluso dall'agenda dei colloqui, come era stato già annunciato prima dell'arrivo del leader russo a Baku.
In secondo luogo, attualmente anche i rapporti tra la Russia e l'Armenia, alleata strategica di Mosca nell'area a Sud del Caucaso, non attraversano un periodo particolarmente felice. La Russia, impegnata a promuovere i propri progetti di integrazione (l'Unione Doganale, l'Unione Eurasiatica), segue con estrema attenzione i tentativi dei suoi alleati più stretti di potenziare la cooperazione con l'Europa. Tra l'altro, a novembre 2013 l'Armenia prevede di siglare un Accordo di Associazione con l'Unione Europea. In questo contesto, la visita di Putin a Baku può essere considerata anche come un segnale rivolto a Erevan: se volete allontanarvi da noi, anche noi possiamo prendere a nostra volta determinate misure.
In tutto ciò, per la Russia è di estrema importanza mantenersi in equilibrio tra Armenia e Azerbaigian. Prima di tutto perché a Mosca non converrebbe lo "scongelamento" del conflitto nel Nagorno-Karabakh secondo lo scenario dell'Ossezia del Sud. Inoltre, la Federazione Russa e l'Azerbaigian hanno una frontiera comune, quella del Daghestan; e in Armenia c'è una base militare (Gjumri), ed Erevan partecipa all'unione militare e politica Csto (Collective Security Treaty Organization), sostenuta dalla Russia. Stando così le cose, Mosca non vuole che l'Azerbaigian, nonostante i numerosi problemi nei rapporti con questa repubblica, si trasformi in una nuova Georgia.
In terzo luogo, non bisogna trascurare nemmeno i fattori di politica interna. A ottobre 2013 in Azerbaigian si svolgeranno le elezioni presidenziali, le prime dopo l'approvazione delle riforme costituzionali che hanno abolito le limitazioni al numero di candidature possibili per una stessa persona alla carica di capo dello Stato.
E benché l'Occidente, che comprende l'importanza strategica ed energetica dell'Azerbaigian, non si dia troppo da fare per quanto riguarda le istanze democratiche, le sue opinioni sul terzo mandato di Ilkham Aliev appaiono discordanti. In Russia, al contrario, si teme il ripetersi degli "scenari arabi" e si vede nell'attuale leader del Paese confinante una garanzia di stabilità che rende più prevedibile il corso degli eventi nel Grande Caucaso.
Pertanto, non si può considerare la visita di Vladimir Putin come un successo diplomatico. L'Azerbaigian, per quanto possa fare dei passi incontro a Mosca, non rinuncerà alla cooperazione energetica con l'Occidente (i progetti Baku-Tbilisi-Ceyhan, Baku-Tbilisi-Erzurum, e il "contratto del secolo"), e non opterà per i progetti di integrazione guidati dalla Russia.

Lo stesso vale anche per la "sterzata" della Russia dall'Armenia verso l'Azerbaigian. Non se ne può parlare senza farsi prendere dalle emozioni. Una cosa è la pressione diplomatica, un'altra la rottura dello status quo, che può portare alla perdita di un importante alleato, cosa che attualmente non è negli interessi della Federazione Russa.
In poche parole, occorre rendere le nostre relazioni più pragmatiche, porre l'accento non sugli argomenti in grado di dividere, ma su quelli in grado di unire, e interrompere (o almeno sospendere temporaneamente) questa tendenza negativa. Nelle condizioni attuali sarebbe già non poca cosa.
L'autore è collaboratore scientifico esterno del Center for Strategic and International Studies (Csis) di Washington

venerdì 9 agosto 2013

Un arsenale di ricordi della Guerra fredda

da www.ilsole24ore.com

di Ugo Tramballi09 agosto 2013
Dato lo schiaffo a Obama, ospitando Edward Snowden, e il contro-schiaffo a
Putin, rifiutando il vertice a due, americani e russi tornano ai loro affari
veri. O, come li definiva Henry Kissinger, alla «opacità costruttiva»: quella
dimensione diplomatica nella quale i nemici dialogano e mantengono viva la
possibilità di fare cose utili per entrambi e possibilmente per gli altri. Uno
spazio ovattato nel quale, durante una crisi apparente, accade l'esatto
contrario di quello che dicono i titoli di giornale.
Quelli ai quali abbiamo assistito e di cui si è scritto, erano gli atti dovuti
pubblici: un po' propaganda, un po' orgoglio nazionale. Ogni leader eletto ha
opposizioni interne delle quali deve tener conto. Ma russi e americani hanno
anche obblighi dovuti al loro status, il principale dei quali è non smettere di
dialogare. Lo hanno fatto per gran parte dei 43 anni di Guerra fredda, non si
capisce perché non dovrebbero continuare a farlo ora: da una parte e dall'altra
in gioco c'è sempre molto ma non più la conquista del mondo.
La questione non è Snowden. Dandogli asilo e dunque controllandolo, i russi
sono la migliore garanzia perché l'eroe/traditore non tiri fuori altri
imbarazzanti segreti americani. Si sono sopportati Stalin e le provocazioni di
Nikita Khrushchev; si mostra tolleranza verso i generali egiziani, verso il
Kazakhistan e l'Azerbaigian, satrapie del XXI secolo, solo perché pieni di gas.
Lo Stato oligarchico e un po' cekista di Putin non è così peggio. Vladimir
Vladimirovic è solo un figlio del passato: per lui la guerra fredda non l'hanno
vinta gli altri. Anzi, quel conflitto non è mai finito. Ma non possiamo negare
che quel passato sia ancora presente.
Ogni stagione politica quando finisce lascia qualcosa di sé in eredità. La
Rivoluzione francese del 1789, essenzialmente repubblicana, ha impiegato più di
80 anni per liberarsi della monarchia. Il passato così concreto da essere
ancora realtà forte, in questo caso sono circa 10mila bombe atomiche, l'intero
arsenale russo-americano di missili balistici, cioè intercontinentali. Di
questi, 2.787 russi e 2.202 americani sono operativi, pronti per l'uso
immediato. Gli altri sono stoccati, in gran parte obsoleti, inutilizzabili per
essere lanciati ma pur sempre materiale nucleare. Poi ci sono le migliaia di
testate minori per potenza e gittata, il «nucleare di teatro» e altro.
Possessori "legali" e "illegali" della bomba sono altri sette Paesi (Cina, Gran
Bretagna, Francia, Israele, Pakistan, India e Corea del Nord). Ma il nucleare
militare e il suo disarmo sono principalmente affare russo e americano: delle
19.500 probabili testate attive o dormienti nel mondo, il 90% è posseduto da
loro. Gli altri tre membri nucleari del Consiglio di sicurezza Onu, i Paesi
"legali" - Cina, inglesi e francesi -arrivano insieme a meno di 200 ordigni
operativi. Russi e americani possono promuovere la riduzione nucleare,
spingendo gli altri a seguirli. Il trattato Start II che limita gli arsenali a
1.550 testate strategiche per parte, è già stato firmato. Ma russi e americani,
se continuano a darsi schiaffoni metaforici, possono invece avviare un riarmo
incontrollabile; o quanto meno congelare il problema, lasciando che
l'armageddon nucleare resti, come da oltre mezzo secolo, un'ipotesi plausibile.
Lo Start II è stato firmato ma ancora non è applicato, a causa di quella
sottile nostalgia della Guerra fredda, così evidente fra i russi ma tutt'altro
che scomparsa fra gli americani. A fine luglio la Camera dei rappresentanti, a
maggioranza repubblicana, ha bloccato l'inizio dell'applicazione dello Start II
riguardo agli arsenali Usa. Perché eliminare una testata vecchia è più costoso
e meno patriottico che produrne una nuova. Lasciamo che russi e americani si
dedichino a quella «opacità costruttiva» esaltata da Henry Kissinger: un grande
realista che servirebbe molto al mondo così complesso di oggi.

martedì 30 luglio 2013

Gazprom annuncia: Più gas in Europa

da russiaoggi.it

Gazprom annuncia: Più gas in Europa
Entro la fine del 2013 Gazprom è intenzionata a esportare in Europa più di 160 miliardi di metri cubi di gas (Foto: Ap)
Alla riunione annuale degli azionisti, il presidente del cda di Gazprom, Alexei Miller, ha annunciato che per la fine del 2013 la società è intenzionata a esportare in Europa più di 160 miliardi di metri cubi di gas. Secondo quanto riferito da Miller nel 2012 l’azienda ha veduto in Europa 139,9 miliardi di metri cubi di gas con contratti a lungo termine e 151 miliardi di metri cubi in totale. Ancora a febbraio i piani di Gazprom per il 2013 erano più contenuti: la crescita prevista toccava i 152 miliardi di metri cubi.
Sono stati gli indici favorevoli del primo semestre 2013 a generare ottimismo nella società: circa 80 miliardi di metri cubi, il 10 per cento in più rispetto allo stesso arco di tempo del 2012. Miller ha spiegato che Gazprom conta di aumentare le forniture, considerato che i concorrenti si orienteranno sui mercati di eccellenza del Pacific Rim, mentre nei Paesi europei l’estrazione di gas è in calo.
In tale contesto la Turchia potrebbe diventare il primo Paese per l’acquisto di gas russo, superando la Germania; il mercato turco si è rivelato quindi per Gazprom il più dinamico dal punto di vista della crescita. L’anno scorso ha raggiunto il secondo posto per volumi di gas importato da Gazprom, oggi invece “è già a un passo dalla Germania”, ha dichiarato Miller, aggiungendo che a breve la società potrà ottenere i massimi impegni contrattuali su base annua per la fornitura di gas in Turchia, vale a dire 30 miliardi di metri cubi. Secondo i dati dell’East European Gas Analysis, nel 2012 la Turchia ha importato 43 miliardi di metri cubi di gas, di cui più della metà (27 miliardi) dalla Russia.
Mikhail Korchemkin, direttore dell’East European Gas Analysis, ritiene che puntare sull’aumento della quota europea basandosi soltanto sul rafforzamento delle posizioni in Turchia sia un po’ troppo ottimistico. “Nei primi cinque mesi il consumo di gas in Turchia si è ridotto del 17 per cento, sono crollate anche le vendite di Gazprom e di altri esportatori nella regione a eccezione dell’Iran”, ha osservato Korchemkin.
Anche in Germania si profila un avanzamento nelle trattative con Gazprom. A un anno di distanza si è risolto il conflitto con la Rwe (importante compagnia elettrica tedesca): per circa un anno le aziende hanno discusso la possibilità di agevolazioni, ma in definitiva sono riusciti ad appianare i contrasti soltanto passando dal tribunale. L?arbitrato internazionale ha decretato che Gazprom dovrà rimborsare la società tedesca con una somma pari alla differenza di prezzo, a partire dal maggio del 2010. Le parti non hanno commentato i dettagli della decisione giuridica e le dimensioni del rimborso.
Tuttavia, secondo i dati di una fonte vicina a Gazprom, si parla di 1,5 miliardi di euro, che dovranno essere versati nel corso del 2013 (a questo riguardo non sono pervenuti commenti ufficiali da parte dei rappresentanti di Rwe e Gazprom). Il vicedirettore del Consiglio d’amministrazione di Gazprom, Aleksandr Medvedev, si è limitato a riferire a Vedomosti che la società adempierà l’ingiunzione arbitrale. Medvedev ha anche promesso agli azionisti che nei prossimi giorni Gazprom annuncerà la conclusione delle trattative con alcuni importatori europei per la modifica dei prezzi.
Un’altra chance di aumentare le quote europee è riposta nello spostamento di interessi dei concorrenti verso l’Asia. Secondo Miller le forniture di altri esportatori in Europa nel primo trimestre 2013 si sono notevolmente ridotte: dall’Algeria il calo è stato del 10 per cento, dalla Libia del 12,9, dal Qatar del 42.
Non ci saranno problemi con le materie prime: con la messa in funzione del giacimento di Bovanenkovskoe, Gazprom si è assicurata un’estrazione di 600 miliardi di metri cubi all’anno. Pertanto per il 2030 il colosso russo ha intenzione di aumentare la sua presenza in Europa, passando dal 26 al 33 per cento (il progetto precedente arriva al 32 per cento). Il successo di Gazprom in Europa dipenderà in gran parte dai prezzi del carbone che sta spodestando il gas naturale nel settore dell’ingegneria energetica.
Nelle previsioni a lungo termine, invece, – ritiene Korchemkin – il fattore decisivo sarà costituito dalle mosse dei concorrenti in Europa, in particolare di coloro che in questo momento si occupano dello sfruttamento di nuovi giacimenti nel Mediterraneo.
Gazprom vuole inoltre incrementare la sua quota nel mercato mondiale di gas naturale liquefatto, triplicandola fino a raggiungere il 15 per cento. “Proprio nel Pacific Rim si prevede la massima crescita della domanda [di Gnl] ed è qui che si indirizzano i nostri maggiori sforzi di allargamento dei mercati d’esportazione. Rafforzeremo la nostra presenza in questa zona del mondo, prima di tutto aumentando la nostra capacità estrattiva”, ha dichiarato Miller.
Il colosso russo del gas controlla l’unico impianto di Gnl in funzione in Russia, Sachalin-2, capace di produrre 10 milioni di tonnellate all’anno, di cui circa il 70 per cento viene esportato in Giappone. La produzione dovrebbe aumentare, secondo le intenzioni, di 5 milioni di tonnellate. Come se non bastasse Gazprom sta preparando due nuovi progetti sul gas naturale liquefatto, il “Vladivostok-Gnl”, al confine tra la Russia e l’Estremo Oriente e il “Baltijskij Gnl”, nell’oblast Leningradskij (10 milioni di tonnellate all’anno ciascuno), che dovrebbero essere entrambi lanciati entro la fine del 2018.
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martedì 2 luglio 2013

Russia, elicottero Mi-8 si schianta, 19 morti. A Baikonur cade razzo dopo lancio, fortunatamente senza persone a bordo

da www.ilsole24ore.com


Nella foto catturata da un video trasmesso dall'emittente Russia24, le fasi del lancio del razzo dalla base di BaikonurNella foto catturata da un video trasmesso dall'emittente Russia24, le fasi del lancio del razzo dalla base di Baikonur
Sono 23 i morti, tra cui 10 bambini, secondo la Interstate Aviation Committee (Iac), dopo l'incidente a un elicottero Mi-8 che si è schiantato in Yakutia (Russia orientale). A bordo al momento dello schianto c'erano 28 persone. «Il funzionario ha aggiunto che l'elicottero è entrato in un "forte flusso d'aria verso il basso», ha toccato con il lato posteriore la montagna, ha colpito il suolo e ha preso fuoco. Restano cinque i sopravvissuti, tra cui un bimbo: lo riferisce Itar-Tass citando il vicepremier della Yakuzia.
Cade razzo dopo lancio
Il lancio di un razzo Proton-M che portava tre satelliti di navigazione Glonass si è trasformato in pochi minuti in un incidente, trasmesso in diretta tv. A pochi secondi dal lancio, presso il cosmodromo di Baikonur, «il razzo ha cambiato traiettoria, é caduto ed esploso», ha fatto sapere il portavoce dell'Agenzia federale per lo Spazio, Roscosmos. L'operazione era seguita dal vivo dal canale Rossiya 24. Sulle cause dell'incidente - che ha arrecato un danno da 200 milioni di dollari - indagherà una commissione d'inchiesta, istituita ad hoc e guidata dal vice capo di Roscosmos, Alexander Lopatin.
Una fonte dell'industria spaziale russa ha detto all'agenzia Ria Novosti che le prime conclusioni sull'accaduto dovrebbero essere rese note in due o tre giorni e che al momento si parla di guasto tecnico. La stessa fonte ha riferito che i lanci da Baikonour saranno sospesi, con ogni probabilità, per i prossimi 2 o 3 mesi perché l'intera zona é stata contaminata dal carburante tossico del razzo. I tre Glonass dovevano prendere posto nella costellazione di satelliti, necessaria all'omonimo sistema di navigazione, nato come rivale dell'americano Gps ma che finora ha registrato diversi flop e incidenti.

sabato 22 giugno 2013

Patto di ferro tra Mosca e Pechino

da www.ilsole24ore.com


Se lo zar Pietro aveva voluto una finestra verso l'Europa, ieri la sua città si è voltata nella direzione opposta, per guardare a Oriente. E con lei Vladimir Putin, orgoglioso testimone di un accordo da capogiro, tra i più grandi nella storia dell'industria petrolifera, 270 miliardi di dollari per la fornitura di 365 milioni di tonnellate di petrolio in 25 anni, contratti a lungo termine con cui Russia e Cina stringono un patto di ferro. L'intesa tra Rosneft e Cnpc (China National Petroleum Corporation) firmata ieri al Forum economico di San Pietroburgo è destinata a ridisegnare la geografia dell'export russo di energia.
Guardando ai mercati asiatici, Putin sembra aver ritrovato il buon umore perduto al G-8 in Irlanda del Nord. «Il valore del contratto è assolutamente senza precedenti», ha sottolineato a Pietroburgo il presidente russo, che peraltro già il giorno prima non era riuscito a trattenere l'entusiasmo e, a fianco del primo vicepremier cinese Zhang Gaoli, aveva anticipato che gli accordi con Pechino prevedono un pagamento anticipato a Rosneft di ben 60 miliardi di dollari.
Manna dal cielo per la compagnia di Igor Sechin cresciuta sulle ceneri di Yukos: quest'anno Rosneft è salita al primo posto nel mondo tra le compagnie petrolifere quotate dopo aver acquisito per 55 miliardi la jv anglo-russa Tnk-Bp. Ora, spiega Ildar Davletshin, analista di Renaissance Capital, l'indebitata Rosneft «potrà sostituire i costosi prestiti contratti con più vantaggiose forme di finanziamento commerciale a lungo termine, il che avrà un impatto positivo sulla sua posizione finanziaria».
«Sechin ora trascorre più tempo in Cina che in Russia», scherzava ieri Putin a Pietroburgo. Gli impegni di Rosneft verso Pechino, del resto, raddoppieranno.
Lo stesso Sechin ha spiegato che a partire dalla seconda metà del decennio le forniture di petrolio alla Cina passeranno dai 300mila barili al giorno attuali a 600mila barili, anche se le ambizioni di Putin e del suo alleato già volano verso un traguardo di 900mila barili. Un salto davvero notevole: rivolta soprattutto ai mercati europei, i suoi primi e piu' generosi clienti, la Russia finora era rimasta più distaccata dalla Cina per divergenze sui prezzi e per questioni logistiche: i suoi giacimenti più ricchi si trovavano nella Siberia occidentale, e il grosso della sua rete degli oleodotti corre verso l'Europa.
Ora i tubi dovranno andare dalla Siberia orientale alla Manciuria, al seguito dell'oleodotto di Skovorodino completato nel 2009. E mentre l'Europa cerca altre fonti per ridurre la dipendenza dalla Russia, l'export russo verso l'Asia - attualmente un quinto del totale - aumenterà, affidando a Rosneft il compito di sviluppare nella Siberia dell'Est depositi che prendano il posto di quelli "storici", avviati a una fase di declino. Ma il campione dell'energia russa - che anche ieri ha offuscato la stella di Gazprom quando Putin ha parlato di un graduale allentamento del monopolio sull'export di gas - è ormai lanciato su più fronti.
In questi giorni Rosneft ha rafforzato la propria alleanza con l'italiana Saras, a Pietroburgo ha rilanciato accordi per lo sfruttamento dell'Artico con Eni, l'americana ExxonMobil, la norvegese Statoil. E, di nuovo, con i cinesi di Cnpc con cui Rosneft lavorerà nel mare di Barents, ennesima prova del crescente interesse di Pechino verso l'Artico. La sorgente chiamata a spegnere nel futuro - forniture russe o no - un'inesauribile sete di energia.

martedì 11 giugno 2013

Gas, il ministro azero dell'Energia Aliyev: nel Corridoio sud c'è spazio per West Nabucco e Tap

da www.ilsole24ore.com


Gas, il ministro azero dell'Energia Aliyev: nel Corridoio sud c'è spazio per West Nabucco e Tap
«C'è abbastanza gas per tutti e due i progetti». Nessuno sconfitto, dunque, ma, potenzialmente, due vincitori. Uno nel breve termine, e un altro qualche anno dopo. A colloquio con il sole 24 Ore, questa volta il ministro azero dell'Energia, Natig Aliyev, preferisce non sbilanciarsi troppo, ma apre a una soluzione interessante.
La posta in gioco è molto alta: scegliere in queste settimane quale dei due progetti ancora in corsa si aggiudicherà il Corridoio sud, il gasdotto per trasportare il gas naturale del giacimento azero di Shah Deniz II ai mercati europei aggirando il territorio russo e riducendo così la dipendenza europea dal gas di Mosca. In lizza sono rimasti il West Nabucco (un tubo lungo 1.330 chilometri che attraverserà Bulgaria, Romania e Ungheria per arrivare in Austria) e il Tap (Trans adriatic pipeline). Quest'ultimo, in cui figurano la svizzera Axpo (42,5%), la norvegese Statoil (42,5%) e la tedesca E.ON (15%), prevede un percorso di 800 km attraverso Grecia e Albania per poi approdare, dopo 115 km nel Mar Adriatico, fino alle coste pugliesi. Dopo tanti rinvii la selezione del vincitore dovrebbe essere annunciata entro giugno. In palio 16 miliardi di metri cubi l'anno, di cui sei assorbiti dal mercato turco e 10 destinati a quello europeo. Grazie al gas dell'Azerbaijan prima, o anche dopo, l'Italia potrebbe dunque divenire un hub commerciale per il gas europeo.
Ai margini della conferenza internazionale "La geopolitica dell'Azerbaijan e la sicurezza energetica Europa" organizzata a Vienna, Aliyev precisa: "Perché escludere un progetto? C'è abbastanza gas, e in un futuro vicino l'Azerbaijan avrà le potenzialità per far entrare in produzione nuovi giacimenti, sempreché la domanda sarà in grado di assorbirlo. Nabucco West e Tap potrebbero coesistere. Una soluzione del genere l'aveva già prospettata giovedì scorso il vice presidente di Bp Shah Deniz II , Alasdair Cook, parlando di "two pipeline solution". «Non vogliamo vedere un gasdotto che perde. Vogliamo vedere una soluzione che nel lungo termine includa due gasdotti».
Le motivazioni addotte dal ministro Alyev sembrano convincenti: «Nel 2001 l'opinione prevalente era che l'Azerbaijan non avesse abbastanza gas e petrolio per offrire una sicurezza energetica all'Europa. Forse c'era del vero. Le riserve erano stimate a 1,2 migliaia di miliardi di metri cubi (bcm). Ma le successive scoperte, come Umid , Nakhchivan, Absheron , e le acque profonde hanno accresciuto le riserve. Oggi ammontano a 2,7 migliaia di miliardi di metri cubi. Abbiamo dunque molte opportunità per aumentare rapidamente la produzione». Entro il 2025 l'Azerbaijan sarà in grado di produrre 55 miliardi di metri cubi – aveva dichiarato Rovnag Abdullayev, il presidente di Socar la compagnia energetica nazionale dell'Azerbaijan. Un bel salto rispetto agli attuali 26-28 miliardi di metri cubi . «Il giacimento di Umid potrebbe produrre 6 miliardi di metri cubi, e l'estrazione potrebbe già essere avviata nel 2020-2022», ha spiegato al Sole una fonte di Socar.
«Tutto dipenderà dal mercato, se sarà in grado di assorbire ulteriori quantità di gas – continua Alyev – ma se la prima fase del corridoio sud dovesse funzionare con successo, e sarà quindi remunerativa, ritengo probabile che anche il Turkmenistan vorrà fornire i mercati europei attraverso l'Azerbaijan, e così potrebbe fare anche il Kazakistan».
Il Turkmenistan dispone di grandissime riserve di gas. Occorrerà tuttavia costruire il Trans Caspian Pipeline, un gadsotto discusso che per ora i turkemni non sono interessati a finanziare. «Da parte nostra tecnicamente non ci sono problemi – continua Alyev - . È' un progetto lungo circa 300 chilometri che potrebbe costare complessivamente 4-5 miliardi di dollari. Il problema è politico. La Russia che ha sempre acquistato il gas turkmeno e che confina con il Turkmenistan è contraria. Ma l'Europa è un mercato stabile, quindi appetibile. Il Turkmenistan sta esitando al momento anche perché ha già un suo mercato la Russia, i paesi asiatici, come la Cina».
Anche l'originario progetto del Nabucco, ideato per trasportare 32 miliardi di metri cubi, era mal visto dalla Russia, che aveva lanciato l'alternativo South Stream, il gasdotto che dovrebbe trasportare grandi quantità di gas russo attraverso il Mar Nero direttamente in Europa. Per una serie di ragioni il Nabucco è stato ridimensionato, prendendo così il nome di Nabucco west.
Secondo alcune fonti del Sole il Tap sarebbe in vantaggio. Ma tutto è ancora possibile. «Al momento il fattore che sarà preso in maggiore considerazione è la rapidità del ritorno commerciale», ha concluso Alyev. Il progetto che dovrebbe approdare in Italia avrebbe comunque dei punti di forza rispetto al Nabucco. «Da un punto di vista teorico – ci aveva spiegato Giampaolo Russo, country manager per l'Italia del progetto Tap - il Trans Adriatic Pipeline presenta un percorso più breve, e ha quindi un costo economicamente inferiore. I tempi di esecuzione si aggirano intorno ai 3/4 anni. Siamo dunque pienamente in linea per la realizzazione. Attraverso una rete già esistente e pianificata di gasdotti, il Tap potrebbe agevolmente fornire gas anche all'Europa sud orientale ed occidentale, compresa la gran Bretagna».

mercoledì 5 giugno 2013

Putin: 120 miliardi di euro per i treni ad alta velocità in Russia per i Mondiali di calcio 2018

da www.ilsole24ore.com



Per primi, a introdurre l'alta velocità nel più grande Paese del mondo, ci avevano pensato i sovietici negli anni 70. Poi venne Vladimir Putin, e la promessa di collegare le principali città del Paese in tempo per i Mondiali di calcio del 2018. «In gioco - disse il presidente russo - c'è lo sviluppo di intere infrastrutture nella parte europea del Paese». Ma fino a poco tempo fa era apparso possibile che il sogno delle Ferrovie russe dovesse restare nel cassetto: concentrato sull'organizzazione delle più imminenti Olimpiadi invernali a Soci, il budget federale non sembrava riuscire a far fronte anche alla modernizzazione della rete ferroviaria, a cui avrebbe dovuto contribuire per più del 70%.
L'idea, però, non è tramontata. Il 28 maggio scorso, a Soci, Putin ha presieduto a un vertice sulle prospettive dell'alta velocità, deciso a non rimanere indietro rispetto a Paesi come la Francia, il Giappone, la Cina. Il 4 giugno Vladimir Yakunin, il potente amministratore delegato delle Ferrovie russe (Rzd), ha annunciato un piano di investimenti colossale, 5.000 miliardi di rubli pari a 120 miliardi di euro. A cui già guardano con interesse nomi come la francese Alstom e Siemens: i treni Sapsan prodotti dalla compagnia tedesca, che martedì ha annunciato nuovi imvestimenti in Russia per un miliardo di euro, già viaggiano nelle due linee veloci tra Mosca e Pietroburgo e tra la capitale e Nizhnij Novgorod, sul Volga, la sovietica Gorkij. «Costruire collegamenti ad alta velocità - ha detto Yakunin da Soci - è la direzione più nuova che prenderà lo sviluppo della nostra economia». Da sempre, lo sviluppo delle infrastrutture è uno dei grossi ostacoli alla modernizzazione della Russia, schiacciata dalle sue dimensioni, da burocrazia e corruzione.
Al piano di rilancio del sistema ferroviario russo partecipa anche l'Italia, che con Grandi Stazioni - società del gruppo Ferrovie dello Stato - ha raggiunto a Soci un accordo di collaborazione con le Ferrovie russe per sostenere la progettazione e lo sviluppo commerciale delle stazioni ferroviarie in Russia. I Mondiali di calcio, come i Giochi invernali di Soci, sono la grande ambizione di Putin, ansioso di mostrare al mondo la strada che la Russia ha saputo percorrere. Anche se il programma sarà ridimensionato rispetto ai piani originari - che prevedevano collegamenti fra 13 città distanti tra loro fino a 2.500 km - Yakunin ha parlato di nuove linee tra Mosca e Pietroburgo, Soci e Kazan, la capitale del Tatarstan, con un'estensione fino a Ekaterinburg negli Urali, al confine tra Europa e Asia.
Obbedienti alle indicazioni, le Ferrovie russe intendono arrivare almeno a Kazan prima del fischio di inizio dei Mondiali: «Cinquemila miliardi di rubli - ha spiegato all'agenzia Bloomberg Andrej Rozhkov, analista di Ifc Metropol - è una cifra astronomica per le Ferrovie russe: né la compagnia né il Governo hanno tanto denaro per questo». Difficilmente, spiega l'analista, il progetto verrà realizzato interamente, ma l'alta velocità tra Mosca e Kazan - una distanza di 800 km - ci sarà. Yakunin se ne è detto convinto, malgrado il progetto richieda anche investimenti per rifare linee con rotaie che permettano ai treni di viaggiare fino a 400 km orari, riducendo il viaggio dalle 11 ore e mezza di oggi a tre ore e mezza. Come ha chiesto il presidente.

sabato 1 giugno 2013

Il gas non salva più la Russia

da www.ilsole24ore.com


In precedenza si era parlato soltanto di una "pausa" nella crescita. Poi, il 12 aprile scorso, il ministro russo dell'Economia Andrej Belousov ha rotto il tabù, usando la parola "recessione". Perché dalle altezze conosciute nel primo decennio del 2000 - e primi due mandati di Vladimir Putin - l'economia russa ha sperimentato il crollo del -7,8% nel 2009. Si è ripresa (+4,5% nel 2010), ma poi ha perso velocità molto più rapidamente del previsto. Per il 2013 il Governo ammette una crescita del 2,4%, ma anche questo ridimensionamento delle previsioni precedenti (3,6%) rischia di essere superato al ribasso dalla realtà, dopo la brusca frenata del primo trimestre dell'anno. Secondo Belousov, se non verranno adottate misure di stimolo in autunno il rischio è di una recessione. «Le proporremo», ha assicurato.
Primo produttore mondiale di energia, la Russia sconta l'indebolimento delle esportazioni senza essere riuscita a trovare in sé il modo di modernizzare l'industria e compensare la dipendenza dalle economie che la circondano. Secondo Andrej Klepach, viceministro di Belousov, gli incentivi necessari dovrebbero riguardare l'accesso al credito per le imprese russe e una riduzione dei tassi di interesse, resa difficile alla Banca centrale da un'inflazione ancora elevata. L'altro aspetto del dilemma è il ricorso ai due fondi sovrani alimentati dai ricavi della vendita di gas e petrolio, il "tesoro" di Mosca che alcuni vorrebbero investire nel rilancio dell'economia, invece di considerarlo una garanzia alla sostenibilità dei conti pubblici. Così, mentre i consumi privati iniziano a rallentare e gli investimenti ristagnano, il destino dell'economia si gioca ancora una volta tra petrolio e gas. E mentre parte della domanda globale inizia a essere soddisfatta dalle nuove risorse del gas shale, i margini di crescita per l'industria energetica russa si assottigliano.

martedì 19 febbraio 2013

Armenia: Sarksyan confermato presidente

da www.euronews.it

Tutto come previsto in Armenia che alle presidenziali ha rieletto con percentuali vicine al 60% il presidente uscente Serzh Sarksian.
Le autorità di Yerevan sperano adesso che non si ripetano gli scontri che nel 2008, quando Sarkisyan fu eletto per la prima volta, causarono 10 morti.
Improntate alla pacificazione le prime dichiarazioni del presidente confermato: “Queste consultazioni dimostrano che la nostra gente sa essere unita e adottare le scelte giuste”.
Le tre principali forze di opposizione, che hanno 48 su 131 seggi in Parlamento hanno boicottato l’appuntamento e non vi erano candidati in grado di fare davvero concorrenza a Sarkisyan. Il suo principale rivale, l’ex ministro degli Esteri Raffi Hovannissian, ha ottenuto il 32% dei voti.
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