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sabato 22 settembre 2012

Tatarstan, cresce il radicalismo islamico nella Russia di Putin

da www.repubblica.it/limes

di Christian Eccher
Nella repubblica autonoma della Federazione russa la setta wahabita aumenta il consenso fra gli strati più poveri della società, anche dopo gli attentati di quest'estate. La regione è molto ricca, ma la politica di centralizzazione messa in atto da Putin non ne permette lo sviluppo.

Le sfide di Putin terzo in Russia | Urss? No grazie, Putin sogna l'Unione Euroasiatica


(Carta di Laura Canali tratta da Limes 6/2004 "La Russia in gioco" - clicca sulla carta per ingrandire)
Endji ha solo 23 anni. Attraverso il finestrino guarda i boschi di betulle che si diradano per lasciare il posto alle ciminiere in mattoni rossi e agli enormi blocchi di palazzi bianchi che annunciano la periferia di Mosca.

Endji è tatara. È salita poco dopo l’una di notte sul treno che ogni sera collega Kazan' a Mosca. Non è contenta di aver dovuto lasciare per l’ennesima volta i suoi genitori e il villaggio in cui ha trascorso l’infanzia.

Tre anni fa, quando si è trasferita a Mosca per studiare turismo, immaginava un futuro ricco di novità e di opportunità. Ben presto si è accorta che i soldi che i genitori le spedivano mensilmente non bastavano neanche per la sopravvivenza quotidiana. Si è così impiegata come commessa in un negozio di telefoni cellulari.

Due mesi fa un uomo è entrato nella rivendita e approfittando di un momento di distrazione della ragazza ha sottratto alcuni telefoni per un valore di circa 2000 euro. Il titolare, che probabilmente ha voluto risparmiare sulle telecamere e sui sistemi di sicurezza, ha incolpato Endji del furto e ha preteso che lavorasse gratis per sei mesi.

Endji ha pensato a lungo se restare a Mosca o tornare al suo villaggio, dove il capo difficilmente l’avrebbe cercata. Alla fine ha deciso di accettare il ricatto dell’uomo: Mosca dà comunque più speranze e opportunità di quante non ne offra il Tatarstan.

La ragazza guarda malinconica le gocce di pioggia che rigano il finestrino, mentre dietro al vetro le nuvole nere basse e pesanti confondono i contorni degli edifici più alti, quelli di epoca staliniana che hanno ancora la stella rossa sul pennone innalzato al cielo. Endji, come molti altri tatari, considera Mosca una città straniera che si trova lontano, lontanissimo dal Tatarstan e dal suo capoluogo, Kazan'.

Il Tatarstan è una repubblica autonoma grande come la Baviera e facente parte della Federazione russa, abitato da circa 70 nazionalità. I tatari costituiscono il 53% dell’intera popolazione, che ammonta a circa 4 milioni di persone, e i russi il 40%. Seguono poi una miriade di componenti, la più numerosa delle quali è quella dei ciuvasci (circa il 3% della popolazione).

A Kazan' si trovano il parlamento e la residenza del presidente della Repubblica. Dopo l’avvento di Vladimir Putin alla presidenza della Federazione russa, l’autonomia del Tatarstan (così come di tutte le altre regioni e repubbliche autonome) è diventata soltanto nominale.

All’inizio degli anni Novanta il potere centrale era piuttosto debole e le regioni più periferiche dell’Urss hanno proclamato l’indipendenza: il Tatarstan non ha potuto fare altrettanto perché dista solo 800 km da Mosca e qualsiasi tentativo separatistico sarebbe stato punito dai russi con un rapido intervento militare.

Sin dal 2000 Putin ha promosso una forte centralizzazione del paese e Mosca – sempre in preda alla paura della dissoluzione della Russia – controlla severamente tutte le entità politiche autonome. Ovviamente tiene in pugno anche le risorse economiche: l’85% della ricchezza prodotta in Tatarstan finisce nelle casse federali.

Il Tatarstan è una delle zone più sviluppate della Russia: l’industria chimica, la lavorazione del legno, l’estrazione del petrolio e le raffinerie costituiscono la spina dorsale dell’economia tatara. Gli abitanti della Federazione considerano lo strapotere e la prepotenza di Mosca cosa normale, anche perché non esiste una vera opposizione in Russia, i giornali e i mezzi di comunicazione di massa sono strettamente controllati dal Cremlino.

I tatari invece sono enormente insoddisfatti. Nel parlamento locale regna incontrastata Russia Unita, il partito di Putin, di cui fanno ovviamente parte anche i principali esponenti della comunità tatara. Un parlamentare che vuole restare anonimo, alla domanda sul perché le élite politiche della Repubblica appoggino Putin risponde: “Se non puoi batterli, ti devi unire a loro. Questo centralismo rende vana ogni autonomia, non potrà durare a lungo”.

I tatari non possono fondare un proprio partito perché una legge voluta dallo stesso Putin vieta la formazione di organizzazioni politiche su base etnica. I tatari convivono pacificamente con i russi ma – a differenza delle altre nazionalità presenti nella Federazione – mantengono una forte connotazione identitaria, da cui deriva anche il malcontento verso le autorità centrali e la refrattarietà nei confronti della propaganda e della politica assimilatoria di Mosca.

Le cause di un simile atteggiamento vanno cercate nella storia di questo popolo: giunti nell’area del Volga centrale nel XIII secolo insieme ai mongoli dell’”Orda d’oro”, i tatari si stanziarono nel territorio dei Bulgari del Volga, la cui capitale era Bulgar. Gli attuali tatari considerano i Bulgari i loro diretti antenati, ma una simile tesi non è suffragata da adeguate prove archeologiche e serve soltanto a giustificare una presenza antica su un territorio oggi controllato dai russi.

Nel XV secolo, dopo la dissoluzione dell’impero mongolo, i tatari costituirono uno Stato autonomo, il Khanato di Kazan'; in questi anni cominciò a svilupparsi Kazan', mentre Bulgar decadde completamente. Nel 1552 Ivan il Terribile conquistò Kazan', cominciarono così i tentativi di russificare la regione, tentativi che proseguirono nei 200 anni successivi. A quei tempi non esisteva l’idea di “nazione” e ciò che divideva russi e tatari era la religione. I russi sono infatti ortodossi, i tatari musulmani (nell’area del Volga centrale l’Islam ha una lunga tradizione: i Bulgari si convertirono all’Islam nel 922 d.C.). Nel 1774 su 536 moschee presenti in tutto il Tatarstan ne vennero distrutte 418.

Solo Caterina II capì che non era possibile piegare i tatari e nella seconda metà del ’700 concesse a tutti i popoli presenti in Russia la libertà religiosa. Da allora, i tatari conobbero una fioritura culturale senza precedenti: iniziò infatti una diatriba costruttiva fra gli intellettuali islamici – cioè tatari – sul ruolo dell’Islam nella società dell’epoca: il fenomeno, conosciuto con il nome di Giadidismo (che in arabo significa “Riforma”), portò le élite illuminate non solo a interpretare il Corano, cosa fino ad allora inaudita – ma anche a introdurre nelle scuole musulmane - le madrase - l’insegnamento di materie scientifiche e tecniche.

Come accadde in Italia durante l’Umanesimo, la religione veniva separata dai restanti campi del sapere, anche se in Tatarstan continua a ricoprire un ruolo fondamentale: quello di fondare l’identità tatara. Così è nata la nazione tatara e si è sviluppato anche uno spirito nazionalista, che non si è mai colorato di revanscismo ma è stato ed è tuttora assolutamente laico, pronto a dialogare e a cercare la mediazione con Mosca e con il popolo russo.

A partire dalla fine ’700 e per tutto il XIX secolo si è aperto anche un dibattito sulla lingua tatara, un idioma turco: fino al XX secolo nella scrittura veniva utilizzato l’alfabeto arabo, agli inizi del ’900 si passò a quello latino e in epoca sovietica venne imposto il cirillico. Pochi mesi fa, il parlamento tataro ha votato una mozione che prevede il ritorno all’alfabeto latino, ma la Duma russa - il parlamento federale - ha bocciato la proposta per paura che l’abbandono del cirillico fomenti una non ben precisata ondata nazionalista volta a ottenere l’indipendenza.

La vita politica tollerante e tranquilla del Tatarstan è stata sconvolta il 19 luglio scorso, quando in un attentato è stato ferito il Mufti Ildus Faizov e contemporaneamente un’altra esplosione ha ucciso il vice Mufti Valiulla Yapukov, un politico molto influente. La polizia ha incolpato la setta wahabita che negli ultimi vent'anni sono fiorite un po’ ovunque nella regione. Dopo la caduta dell’Urss, molti missionari sono arrivati in Russia dall’Arabia Saudita e hanno diffuso gli insegnamenti dell’Islam radicale. In Tatarstan le teorie wahabite hanno un seguito sempre maggiore, soprattutto fra gli strati più poveri della società.

I wahabiti riconoscono solo Allah come entità divina (e non per esempio Maometto, che è per loro un uomo come gli altri) e le loro azioni violente prendono di mira esclusivamente i musulmani non wahabiti e non i seguaci di altre religioni. “Se Mosca non prende al più presto delle serie misure repressive nei confronti di questa setta, rischiamo la bosnizzazione della regione. Il Tatarstan diventerà un nuovo Daghestan”, dice Jaroslav Buharev, professore di Storia delle religioni all’università federale di Kazan'.

Damir Ishakov, storico e intellettuale di prestigio, sostiene che “wahabismo e sufismo in Tatarstan possono soltanto creare scompiglio e scontri violenti, perché sono nati in società chiuse, senza contatti con l’esterno. Il Tatarstan è invece una regione aperta, multiculturale”. Le élite intellettuali e politiche tatare fanno di tutto per salvaguardare l’eredità del Giadidismo, che 200 anni fa rispose efficacemente alla questione con cui oggi si deve confrontare tutto il mondo islamico: modernizzare l’Islam o islamizzare la modernità?

Il governo tataro può fare ben poco poiché l’autonomia della Repubblica è solo nominale. La soluzione deve venire da Mosca, che finora ha solo vietato l’ingresso in Russia ai missionari arabi e ha blindato i luoghi pubblici per paura di nuovi attentati. Molti giovani tatari vanno però a studiare in Arabia e al loro ritorno diffondono fra i connazionali gli insegnamenti dell’Islam radicale.

Il vero problema, sostiene Ishakov, è tutto nella politica di Putin: la Russia, e di conseguenza il Tatarstan, non hanno portato a termine il processo di transizione. L’intera Federazione resta sospesa fra comunismo e capitalismo, fra democrazia e dittatura.

Ciò che può davvero contribuire a fermare la radicalizzazione dell’Islam e del nazionalismo religioso tataro è una nuova ed equa politica sociale ed economica: bisogna redistribuire la ricchezza (che in Russia è enorme) fra tutti gli strati della società e lo Stato deve non solo controllare il popolo, ma aiutarlo con un welfare state poderoso ed efficiente. “Gli abitanti della Russia sono ancora sudditi; è tempo che diventino cittadini. È necessario che a Kazan' come nel resto del Tatarstan si formi una classe media, aperta, illuminista e illuminata, che abbia a cuore le sorti della regione e dell’intero paese”.

Solo così, secondo Ishakov, il Tatarstan potrà tornare a rifiorire culturalmente ed economicamente nell’ambito della Federazione Russa e nello stesso tempo evitare odi e scontri interetnici e religiosi. Solo così Endji potrà ripartire da Mosca alla volta del suo villaggio con un biglietto di sola andata.

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(19/09/2012)