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mercoledì 3 ottobre 2012

In Georgia vince l'amico dei russi

da www.ilsole24ore.com


di Antonella Scott
Il viso di Mikheil Saakashvili è color cenere mentre, inaspettatamente, il presidente georgiano ammette una sconfitta altrettanto inaspettata. Sondaggi e osservatori lo avevano immaginato in difficoltà ma non perdente di fronte alla novità di queste elezioni parlamentari, una coalizione capitanata da un imprenditore divenuto miliardario in Russia, Bidzina Ivanishvili. E invece la Georgia in un attimo si ritrova proiettata in quella che i sostenitori di Ivanishvili già chiamano la Primavera del Caucaso, e gli analisti descrivono come il primo trasferimento di potere pacifico nell'ex Urss. In realtà, trascorsa questa giornata di vittoria della democrazia, lo scenario che si apre ora a Tbilisi è di grande incertezza.
Per cominciare, Ivanishvili non ha ricambiato la cortesia al rivale, chiedendone le dimissioni. L'oligarca dei metalli e delle banche sarà premier, e il mandato di Saakashvili - che non sembra affatto orientato ad ascoltare il consiglio - scade nell'ottobre 2013: quando entreranno in vigore riforme costituzionali che rafforzeranno i poteri di premier e Parlamento, ai danni della presidenza. Fino ad allora, la coabitazione non sarà facile.
«Tra noi e loro ci sono differenze molto profonde - ha chiarito Saakashvili nel suo intervento - e noi pensiamo che le loro idee siano profondamente sbagliate. Ma in una democrazia, è la maggioranza a prendere le decisioni». Fino all'ultimo Saakashvili aveva sperato sui seggi che il suo partito, il "Movimento nazionale unito", avrebbe raccolto nella parte di voto riservata al sistema maggioritario. Ma il distacco registrato dal "Sogno georgiano" di Ivanishvili - tra i deputati eletti anche il milanista Kakha Kaladze - lo ha convinto: con il 73% dei voti scrutinati l'opposizione aveva il 54% contro il 41 del partito al potere dal 2003.
La Georgia entra in acque inesplorate perché Ivanishvili non ha un passato in politica. In questi mesi di campagna elettorale si è fatto conoscere per le donazioni di cui ha cosparso i villaggi georgiani, per la sua collezione d'arte che vanta un Picasso e per una ricchezza che Forbes calcola in 6,4 miliardi di dollari, la metà del Prodotto interno lordo del Paese. C'è chi dice che abbia venduto le sue proprietà in Russia, e chi dice invece che abbia ancora interessi in Gazprom. «Se mi chiedete, America o Russia? io dico che dobbiamo avere buoni rapporti con tutti», ha detto il futuro premier. Buone intenzioni che non sarà facile conciliare, dal momento che dalla guerra dell'agosto 2008 Mosca ha di fatto sotto la propria protezione un quinto del territorio georgiano, Abkhazia e Ossezia del Sud. Nodo destinato a complicare un eventuale riavvicinamento a Mosca, ora che Ivanishvili promette di normalizzare i rapporti pur mantenendo l'obiettivo di un ingresso nella Nato di questo Paese attraversato da tre oleodotti cruciali per l'Europa, in alternativa alla Russia.
Da Mosca, Dmitrij Medvedev ha descritto la svolta di Tbilisi come il «desiderio della gente di un rapporto più costruttivo» con la Russia. Di cui non potrà che essere felice Vladimir Putin, famoso per aver promesso, nei giorni della guerra del 2008, «di appendere (Saakashvili) per i testicoli». Ma il presidente russo, per ora, resta in silenzio.

sabato 22 settembre 2012

Tatarstan, cresce il radicalismo islamico nella Russia di Putin

da www.repubblica.it/limes

di Christian Eccher
Nella repubblica autonoma della Federazione russa la setta wahabita aumenta il consenso fra gli strati più poveri della società, anche dopo gli attentati di quest'estate. La regione è molto ricca, ma la politica di centralizzazione messa in atto da Putin non ne permette lo sviluppo.

Le sfide di Putin terzo in Russia | Urss? No grazie, Putin sogna l'Unione Euroasiatica


(Carta di Laura Canali tratta da Limes 6/2004 "La Russia in gioco" - clicca sulla carta per ingrandire)
Endji ha solo 23 anni. Attraverso il finestrino guarda i boschi di betulle che si diradano per lasciare il posto alle ciminiere in mattoni rossi e agli enormi blocchi di palazzi bianchi che annunciano la periferia di Mosca.

Endji è tatara. È salita poco dopo l’una di notte sul treno che ogni sera collega Kazan' a Mosca. Non è contenta di aver dovuto lasciare per l’ennesima volta i suoi genitori e il villaggio in cui ha trascorso l’infanzia.

Tre anni fa, quando si è trasferita a Mosca per studiare turismo, immaginava un futuro ricco di novità e di opportunità. Ben presto si è accorta che i soldi che i genitori le spedivano mensilmente non bastavano neanche per la sopravvivenza quotidiana. Si è così impiegata come commessa in un negozio di telefoni cellulari.

Due mesi fa un uomo è entrato nella rivendita e approfittando di un momento di distrazione della ragazza ha sottratto alcuni telefoni per un valore di circa 2000 euro. Il titolare, che probabilmente ha voluto risparmiare sulle telecamere e sui sistemi di sicurezza, ha incolpato Endji del furto e ha preteso che lavorasse gratis per sei mesi.

Endji ha pensato a lungo se restare a Mosca o tornare al suo villaggio, dove il capo difficilmente l’avrebbe cercata. Alla fine ha deciso di accettare il ricatto dell’uomo: Mosca dà comunque più speranze e opportunità di quante non ne offra il Tatarstan.

La ragazza guarda malinconica le gocce di pioggia che rigano il finestrino, mentre dietro al vetro le nuvole nere basse e pesanti confondono i contorni degli edifici più alti, quelli di epoca staliniana che hanno ancora la stella rossa sul pennone innalzato al cielo. Endji, come molti altri tatari, considera Mosca una città straniera che si trova lontano, lontanissimo dal Tatarstan e dal suo capoluogo, Kazan'.

Il Tatarstan è una repubblica autonoma grande come la Baviera e facente parte della Federazione russa, abitato da circa 70 nazionalità. I tatari costituiscono il 53% dell’intera popolazione, che ammonta a circa 4 milioni di persone, e i russi il 40%. Seguono poi una miriade di componenti, la più numerosa delle quali è quella dei ciuvasci (circa il 3% della popolazione).

A Kazan' si trovano il parlamento e la residenza del presidente della Repubblica. Dopo l’avvento di Vladimir Putin alla presidenza della Federazione russa, l’autonomia del Tatarstan (così come di tutte le altre regioni e repubbliche autonome) è diventata soltanto nominale.

All’inizio degli anni Novanta il potere centrale era piuttosto debole e le regioni più periferiche dell’Urss hanno proclamato l’indipendenza: il Tatarstan non ha potuto fare altrettanto perché dista solo 800 km da Mosca e qualsiasi tentativo separatistico sarebbe stato punito dai russi con un rapido intervento militare.

Sin dal 2000 Putin ha promosso una forte centralizzazione del paese e Mosca – sempre in preda alla paura della dissoluzione della Russia – controlla severamente tutte le entità politiche autonome. Ovviamente tiene in pugno anche le risorse economiche: l’85% della ricchezza prodotta in Tatarstan finisce nelle casse federali.

Il Tatarstan è una delle zone più sviluppate della Russia: l’industria chimica, la lavorazione del legno, l’estrazione del petrolio e le raffinerie costituiscono la spina dorsale dell’economia tatara. Gli abitanti della Federazione considerano lo strapotere e la prepotenza di Mosca cosa normale, anche perché non esiste una vera opposizione in Russia, i giornali e i mezzi di comunicazione di massa sono strettamente controllati dal Cremlino.

I tatari invece sono enormente insoddisfatti. Nel parlamento locale regna incontrastata Russia Unita, il partito di Putin, di cui fanno ovviamente parte anche i principali esponenti della comunità tatara. Un parlamentare che vuole restare anonimo, alla domanda sul perché le élite politiche della Repubblica appoggino Putin risponde: “Se non puoi batterli, ti devi unire a loro. Questo centralismo rende vana ogni autonomia, non potrà durare a lungo”.

I tatari non possono fondare un proprio partito perché una legge voluta dallo stesso Putin vieta la formazione di organizzazioni politiche su base etnica. I tatari convivono pacificamente con i russi ma – a differenza delle altre nazionalità presenti nella Federazione – mantengono una forte connotazione identitaria, da cui deriva anche il malcontento verso le autorità centrali e la refrattarietà nei confronti della propaganda e della politica assimilatoria di Mosca.

Le cause di un simile atteggiamento vanno cercate nella storia di questo popolo: giunti nell’area del Volga centrale nel XIII secolo insieme ai mongoli dell’”Orda d’oro”, i tatari si stanziarono nel territorio dei Bulgari del Volga, la cui capitale era Bulgar. Gli attuali tatari considerano i Bulgari i loro diretti antenati, ma una simile tesi non è suffragata da adeguate prove archeologiche e serve soltanto a giustificare una presenza antica su un territorio oggi controllato dai russi.

Nel XV secolo, dopo la dissoluzione dell’impero mongolo, i tatari costituirono uno Stato autonomo, il Khanato di Kazan'; in questi anni cominciò a svilupparsi Kazan', mentre Bulgar decadde completamente. Nel 1552 Ivan il Terribile conquistò Kazan', cominciarono così i tentativi di russificare la regione, tentativi che proseguirono nei 200 anni successivi. A quei tempi non esisteva l’idea di “nazione” e ciò che divideva russi e tatari era la religione. I russi sono infatti ortodossi, i tatari musulmani (nell’area del Volga centrale l’Islam ha una lunga tradizione: i Bulgari si convertirono all’Islam nel 922 d.C.). Nel 1774 su 536 moschee presenti in tutto il Tatarstan ne vennero distrutte 418.

Solo Caterina II capì che non era possibile piegare i tatari e nella seconda metà del ’700 concesse a tutti i popoli presenti in Russia la libertà religiosa. Da allora, i tatari conobbero una fioritura culturale senza precedenti: iniziò infatti una diatriba costruttiva fra gli intellettuali islamici – cioè tatari – sul ruolo dell’Islam nella società dell’epoca: il fenomeno, conosciuto con il nome di Giadidismo (che in arabo significa “Riforma”), portò le élite illuminate non solo a interpretare il Corano, cosa fino ad allora inaudita – ma anche a introdurre nelle scuole musulmane - le madrase - l’insegnamento di materie scientifiche e tecniche.

Come accadde in Italia durante l’Umanesimo, la religione veniva separata dai restanti campi del sapere, anche se in Tatarstan continua a ricoprire un ruolo fondamentale: quello di fondare l’identità tatara. Così è nata la nazione tatara e si è sviluppato anche uno spirito nazionalista, che non si è mai colorato di revanscismo ma è stato ed è tuttora assolutamente laico, pronto a dialogare e a cercare la mediazione con Mosca e con il popolo russo.

A partire dalla fine ’700 e per tutto il XIX secolo si è aperto anche un dibattito sulla lingua tatara, un idioma turco: fino al XX secolo nella scrittura veniva utilizzato l’alfabeto arabo, agli inizi del ’900 si passò a quello latino e in epoca sovietica venne imposto il cirillico. Pochi mesi fa, il parlamento tataro ha votato una mozione che prevede il ritorno all’alfabeto latino, ma la Duma russa - il parlamento federale - ha bocciato la proposta per paura che l’abbandono del cirillico fomenti una non ben precisata ondata nazionalista volta a ottenere l’indipendenza.

La vita politica tollerante e tranquilla del Tatarstan è stata sconvolta il 19 luglio scorso, quando in un attentato è stato ferito il Mufti Ildus Faizov e contemporaneamente un’altra esplosione ha ucciso il vice Mufti Valiulla Yapukov, un politico molto influente. La polizia ha incolpato la setta wahabita che negli ultimi vent'anni sono fiorite un po’ ovunque nella regione. Dopo la caduta dell’Urss, molti missionari sono arrivati in Russia dall’Arabia Saudita e hanno diffuso gli insegnamenti dell’Islam radicale. In Tatarstan le teorie wahabite hanno un seguito sempre maggiore, soprattutto fra gli strati più poveri della società.

I wahabiti riconoscono solo Allah come entità divina (e non per esempio Maometto, che è per loro un uomo come gli altri) e le loro azioni violente prendono di mira esclusivamente i musulmani non wahabiti e non i seguaci di altre religioni. “Se Mosca non prende al più presto delle serie misure repressive nei confronti di questa setta, rischiamo la bosnizzazione della regione. Il Tatarstan diventerà un nuovo Daghestan”, dice Jaroslav Buharev, professore di Storia delle religioni all’università federale di Kazan'.

Damir Ishakov, storico e intellettuale di prestigio, sostiene che “wahabismo e sufismo in Tatarstan possono soltanto creare scompiglio e scontri violenti, perché sono nati in società chiuse, senza contatti con l’esterno. Il Tatarstan è invece una regione aperta, multiculturale”. Le élite intellettuali e politiche tatare fanno di tutto per salvaguardare l’eredità del Giadidismo, che 200 anni fa rispose efficacemente alla questione con cui oggi si deve confrontare tutto il mondo islamico: modernizzare l’Islam o islamizzare la modernità?

Il governo tataro può fare ben poco poiché l’autonomia della Repubblica è solo nominale. La soluzione deve venire da Mosca, che finora ha solo vietato l’ingresso in Russia ai missionari arabi e ha blindato i luoghi pubblici per paura di nuovi attentati. Molti giovani tatari vanno però a studiare in Arabia e al loro ritorno diffondono fra i connazionali gli insegnamenti dell’Islam radicale.

Il vero problema, sostiene Ishakov, è tutto nella politica di Putin: la Russia, e di conseguenza il Tatarstan, non hanno portato a termine il processo di transizione. L’intera Federazione resta sospesa fra comunismo e capitalismo, fra democrazia e dittatura.

Ciò che può davvero contribuire a fermare la radicalizzazione dell’Islam e del nazionalismo religioso tataro è una nuova ed equa politica sociale ed economica: bisogna redistribuire la ricchezza (che in Russia è enorme) fra tutti gli strati della società e lo Stato deve non solo controllare il popolo, ma aiutarlo con un welfare state poderoso ed efficiente. “Gli abitanti della Russia sono ancora sudditi; è tempo che diventino cittadini. È necessario che a Kazan' come nel resto del Tatarstan si formi una classe media, aperta, illuminista e illuminata, che abbia a cuore le sorti della regione e dell’intero paese”.

Solo così, secondo Ishakov, il Tatarstan potrà tornare a rifiorire culturalmente ed economicamente nell’ambito della Federazione Russa e nello stesso tempo evitare odi e scontri interetnici e religiosi. Solo così Endji potrà ripartire da Mosca alla volta del suo villaggio con un biglietto di sola andata.

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(19/09/2012)

lunedì 9 luglio 2012

La Russia piange le sue vittime Putin proclama il lutto nazionale

da www.repubblica.it

ALLUVIONE

Il numero dei morti del nubifragio che ha sconvolto la regione di Krasnodar sul Mar Nero sale a 171. Bandiere a mezz'asta ed eventi annullati in tutto il Paese. Stampa all'attacco: "Una strage che si sarebbe potuta evitare, autorità e servizio meteo non hanno fatto abbastanza"

MOSCA - Il presidente russo Vladimir Putin ha proclamato una giornata di lutto nazionale per l'alluvione che ha causato 171 morti nella regione di Krasnodar, vicino al Mar Nero, nella parte meridionale del Paese. Bandiere a mezz'asta, eventi annullati ovunque. Secondo il bilancio fornito da un portavoce del ministero dell'Interno citato dall'agenzia Itar-Tass la maggior parte delle vittime, almeno 159, sono state segnalate nella zona circostante Krymsk, una città di 57mila abitanti investita venerdì notte dall'alluvione causata dalle violente precipitazioni. Qui l'onda di acqua e fango ha raggiunto addirittura i sette metri di altezza, a causa del crollo della diga di Neberdzhayevsk, situata sulla montagna sovrastante. Dieci decessi sono stati segnalati nel distretto di Gelendzhik e due nel porto di Novorossiysk, sul Mar Nero. Oltre 25 mila persone hanno perso tutto nelle inondazioni.

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- IMMAGINI DALL'ALTO 2

La stampa è all'attacco. La strage si sarebbe potuta evitare. O quantomeno si sarebbero potuti limitare i disastrosi effetti dell'alluvione. I media locali accusano le autorità e il servizio meteorologico di non aver fatto abbastanza, di non aver avvertito in tempo dell'imminenza della catastrofe.
Le piogge torrenziali sabato hanno ridotto le strade di Krymsk e dei centri abitati vicini in fiumi in piena che hanno investito con violenza centinaia di case mentre gli abitanti dormivano. Nessuno era preparato. Le autorità locali si difendono affermando che le alluvioni sono state per tutti una "enorme sorpresa" ma sia i quotidiani filo-governativi che quelli di opposizione si mostrano stranamente d'accordo nel dire che le autorità hanno gravemente omesso di avvertire i cittadini. E il Cremlino ha ordinato un'inchiesta sulla gestione dell'emergenza.

"Ho chiesto ai vertici della Commissione d'Inchiesta Federale di venire qui per verificare come abbiano operato tutte le autorità: come sia stato lanciato l'avvertimento, come avrebbe potuto e come avrebbe dovuto essere lanciato e chi abbia fatto cosa", ha detto Putin 3.

Ma non basta. Il quotidiano Izvestia, vicino al governo, critica aspramente la reazione delle autorità e accusa: "La tragedia di Krymsk è la perfetta dimostrazione di cosa comporta la trascuratezza". Il giornale Vedomosti, più indipendente, evidenzia la responsabilità dell'amministrazione locale che non poteva non essere al corrente del rischio nella zona, soprattutto dopo l'inondazione del 2002 che aveva devastato Krymsk, ma di gran lunga meno grave di quest'ultima. "La catastrofe dimostra l'incapacità delle autorità di proteggere la popolazione dai disastri naturali - scrive l'autorevole quotidiano economico - la gente non è stata avvertita in tempo e non è stata allontanata".

Il popolare Komsamolskaya Pravda, filo-governativo, chiede semplicemente: "Perché tanti morti?". Kommersant, invece, racconta che gli abitanti sono stati avvisati delle gravi condizioni atmosferiche via sms, ma con un testo che appariva incompleto e quindi dal contenuto incomprensibile. Secondo Moskovsky Komsomolets, "La tragedia di Krymsk poteva essere prevista ed evitata".

La gravità della situazione per la regione meridionale della Russia è comunque sin troppo evidente, anche dal punto di vista economico. Il Kuban nella simbologia russa è la terra dell'abbondanza, dove anche nei periodi di carestia, il cinema sovietico mostrava banchetti luculliani pieni di frutta e leccornie. E se per i media occidentali fino a sabato l'unica città conosciuta dell'area era Sochi, sede di una delle dacie presidenziali e città destinata a ospitare le Olimpiadi invernali del 2014 (oggi il premier Dmitry Medvedev ha cancellato la conferenza che si sarebbe dovuta tenere sui Giochi), altre località, come Gelendzhik, sono meta in estate di milioni di turisti russi che trascorrono le vacanze al mare sulle spiagge che sono tra le poche del Paese. Ieri il vice premier Olga Golodets aveva fatto sapere che nell'area c'erano circa 7.100 bambini per campi vacanze, dei quali 459 sono stati evacuati.

La Russia è stata teatro di diversi disastri naturali negli ultimi anni, le conseguenze sono state spesso tragiche proprio per le condizioni vecchie e inadeguate delle infrastrutture e il mancato rispetto delle norme di sicurezza. Nel 2010 vasti incendi dagli Urali ai confini occidentali del Paese provocarono decine di morti e la distruzione dei raccolti. Ma non ci sono state solo catastrofi naturali. E' ancora vivo il ricordo dell'agosto 2000, quando Putin - appena eletto al suo primo mandato presidenziale - dovette affrontare l'esplosione in circostanze misteriose del sommergibile atomico Kursk, in cui persero la vita 118 marinai russi. In seguito, quando in un'intervista tv gli chiesero cosa successe al Kursk, Putin rispose semplicemente: "E' affondato". Riprendendo quella frase divenuta tristemente celebre in Russia, il giornale Novaya Gazeta, da sempre molto critico nei confronti del potere, titola con una domanda retorica: "Perché Krymsk è affondata?".
(09 luglio 2012)

giovedì 7 giugno 2012

Russia, la marcia dell’opposizione che sfida le autorità

da www.eilmensile.it

7 giugno 2012versione stampabile
Il leader dell'opposizione Boris Nemtsov. Foto di NATALIA KOLESNIKOVA/AFP/GettyImages
Gli organizzatori della Marcia dei Milioni che dovrà sfilare per le strade di Mosca il 12 giugno – in coincidenza con la festa nazionale – assicurano che la manifestazione si terrà, nonostante le autorità cittadine non abbiano concesso l’autorizzazione.
Il capo del Fronte di Sinistra, Sergei Udaltsov, ha commentato che il destino della marcia si deciderà tramite una votazione via internet, e non dipenderà dalla opinione delle autorità. “Se la gente appoggerà la manifestazione, questa si terrà il 12 giugno”, ha spiegato.
Secondo quanto riferisce la televisione russa RT, l’opposizione intende lanciare un manifesto chiamato Russia Libera, che durante la marcia si convertirà nell’unico programma del movimento di protesta.
È una settimana che gli organizzatori stanno tentando di dialogare con le autorità moscovite per riuscire ad avere i permessi. Ma mentre chi l’ha pensata vorrebbe che la manifestazione percorresse le strade centrali della capitale, le autorità hanno proposto che invece si celebri nel sudest di Mosca. Di fronte al no degli attivisti è arrivata una nuova proposta: un itinerario più vicino al centro che non contempla però i punti principali del tragitto originale. E ancora una volta gli organizzatori non hanno potuto che rifiutare.

mercoledì 30 maggio 2012

Russia: in un anno 351 morti nella lotta al separatismo

da www.eilmensile.it

30 maggio 2012versione stampabile
Nel 2011 sono stati uccisi 351 guerriglieri, di cui 46 capi, mentre le forze dell’ordine hanno perso 187 uomini, tra poliziotti e militari, e 440 sono rimasti feriti. Questo il bilancio di un anno del rapporto tra Mosca e le repubbliche caucasiche federate.
Dati diffusi oggi dal procuratore generale Iuri Ciaka nel rapporto annuale al Consiglio della Federazione, la camera alta del parlamento russo. Lo scorso anno sono stati registrati in tutta la Russia 29 atti terroristici, di cui 15 nel Caucaso del nord, con un totale di 58 vittime. Nel 2010 il bilancio era stato più pesante: 390 ribelli eliminati, 205 esponenti delle forze dell’ordine uccisi, e 178 vittime di attentati terroristici (anche in seguito al duplice attentato alla metropolitana di Mosca).

venerdì 11 maggio 2012

#Occupyabai, la variante russa Diritti civili, riforme, nuove elezioni

da www.repubblica.it

IL CASO

Da tre giorni più di 1500 attivisti hanno organizzato un sit-in anti-Putin nella Chistye Prudy boulevard, la zona centrale moscovita. I manifestanti chiedono al neopresidente russo la liberazione dei prigionieri politici, riforme politiche e nuove elezioni


Dalle "passeggiate del popolo" al raduno pacifico in pieno stile Zuccotti Park. Nel mondo di twitter il nuovo movimento moscovita è stato battezzato come #occupyabai, risultando il secondo topic trend del social network. Sotto la statua del poeta kazako, Abai Kunanbayev, intellettuali, studenti, famiglie chiedono pacificamente il "rispetto dei loro diritti di base", come elezioni oneste, stampa libera e la liberazione dei leader politici. A capo di questa nuova ribellione ci sono il diciannovenne attivista Ilya Yashin, leader di Solidarnost, e Ksenia Sobchak, figlia dell'ex sindaco di San Pietroburgo, giornalista ed ex starlette televisiva riconvertitasi in pasionaria della piazza.

VIDEO #OCCUPYABAI, LA MANIFESTAZIONE 1

#OccupyRussia, la protesta. Da tre giorni più di 1500 persone hanno occupato la Chistye Prudy boulevard, la zona centralissima della capitale moscovita. "Dobbiamo dimostrare che siamo uniti e concentrare tutte le nostre forze qui a Chistye Prudy", ha dichiarato Ksenia Sobchak. "Rimarremo almeno fino alla liberazione di Navalny e Udaltsov" ovvero i due leader del movimento condannati a 15 giorni di detenzione amministrativa per resistenza a pubblico ufficiale, durante una delle manifestazioni della settimana scorsa. "Quando saremo ancora di più - spiega Ilya Yashin - ci sposteremo in un luogo più capiente e questo
finché saremo così tanti che non potranno ignorarci". Difficile prevedere l'evoluzione della manifestazione. "Finora la polizia si è comporta bene ma se gli agenti interverranno contro cittadini pacifici, stavolta reagiremo", racconta un attivista di #OccupyAbai.

Nervosismo al Cremlino. Mentre l'entusiasmo degli attivisti sale, l'umore del Cremlino è cambiato da domenica scorsa in seguito anche ai violenti scontri tra la polizia e i manifestanti. Immediata la risposta della presidenza russa. Secondo quanto riportato dal giornale Afisha, Dmitri Peskov, portavoce di Putin ha definito "illegale" l'iniziativa e ha promesso che presto "verrà ristabilito l'ordine". La stampa russa già ipotizza che con tutta probabilità, il neopresidente Vladimir Putin rinuncerà a partecipare al vertice G8, negli Usa. Il timore è dovuta proprio alla situazione in patria e soprattutto alla possibilità di ricevere critiche da parte degli altri capi di Stato.
(11 maggio 2012) © Riproduzione riservata

giovedì 10 maggio 2012

Putin non andrà al G8 di Camp David al suo posto il premier Medvedev

da www.repubblica.it

L'annuncio del Cremlino reso noto dalla Casa Bianca. La motivazione ufficiale è la necessità di formare il gabinetto, ma c'è anche una certa tensione tra le due potenze.

MOSCA - Il neopresidente russo Vladimir Putin non sarà al G8 di Camp David, il prossimo 18 maggio: al suo posto atterrerà in America il premier Dmitri Medvedev. L'annuncio è arrivato nella notte italiana. La motivazione ufficiale è che Putin deve completare la formazione del nuovo esecutivo.

In ogni caso i due leader, dopo aver confermato la loro partnership su tutti i grandi tempi bilaterali, dalla sicurezza nucleare, all'Afghanistan, al Wto, hanno confermato che si vedranno il 17 e il 19 giugno a Los Cabos, in Messico, dove si terrà il vertice del G20.

Tre giorni fa, a poche ore dal suo insediamento al Cremlino, Putin ha firmato un decreto sulle linee guida di politica estera, nel quale ha sottolineato la volontà russa di aumentare la cooperazione con Washington "a un livello davvero strategico", precisando però che le relazioni devono essere basate sulla "eguaglianza, la non-interferenza nelle relazioni interne e sul rispetto per gli interessi degli uni e degli altri" e chiedendo garanzie sul fatto che le difese missilistiche Usa non puntino a minare la sicurezza della Russia indebolendo la sua deterrenza nucleare.

Dietro l'assenza di Putin nella prima riunione dei Grandi dal suo insediamento c'è quindi anche una certa tensione con Washington, che il presidente ha accusato di aver appoggiato i movimenti di protesta anti-Cremlino degli ultimi mesi. L'ex premier ha impostato la campagna della rielezioni anche sulla base di forti critica alla Casa
Bianca. Da parte loro, gli Stati Uniti si sono detti "turbati" per le immagini della violenza della polizia contro i manifestanti.

E il cambio di programma ha forse sorpreso la presidenza Usa, che proprio per venire incontro a Putin aveva spostato il G8 da Chicago a Camp David. Nella città dell'Illinois infatti si terrà proprio in quei giorni un summut Nato incentrato sull'Afganistan ma in cui si parlerà anche del sistema di difesa missilistico. Un tema su cui si è detto Mosca è sensibile.

Spostare il vertice era una cortesia, secondo quanto riferiscono i diplomatici Usa, per evitare il parallelo tra i due vertici e una situazione potenzialmente scomoda per il presidente russo. Che però ha deciso di tagliare la testa al toro e mandare Medvedev. Con tanti saluti alla cortesia Usa.
(10 maggio 2012) © Riproduzione riservata

venerdì 13 aprile 2012

Russia, il digiuno di Oleg Shein unisce l'opposizione e spaventa Putin

da www.repubblica.it

LA STORIA

La protesta di un deputato della Duma, sconfitto nella corsa a sindaco di Astrakhan dall'uomo voluto dal neo-presidente, sta mettendo in difficoltà il Cremlino. Ordinata un'inchiesta sul voto dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO

MOSCA - Pallido, il viso scavato da 28 giorni di digiuno, Oleg Shein mostra alle telecamere un succo di frutta: "Come gesto di buona volontà interrompo lo sciopero della fame e berrò qualcosa. La Commissione centrale per le elezioni e la Procura generale hanno deciso di esaminare le prove sui brogli. Inizieremo a lavorare insieme da lunedì 16. Dobbiamo riportare l'ordine ad Astrakhan e restituire la libertà sottratta alla città".

Per la sua vittoria alle presidenziali del 4 marzo Vladimir Putin si aspettava di tutto, tranne di fare i conti con i suoi ex alleati di "Russia giusta". Un errore di valutazione che rischia di pagare a prezzo alto. L'ultimo affondo, quello che arriva dalla regione sul Mar Caspio, lo ha costretto ad una tregua che fino a mercoledì negava perfino a se stesso.

Si è dovuto ricredere: la protesta portata avanti dal deputato della Duma e candidato sconfitto a sindaco di Astrakhan ha attirato come una calamita tutta la galassia dell'opposizione. Mercoledì scorso un'altra ventina di deputati della Duma locale si è unita a Oleg Shein e ha iniziato a rifiutare il cibo. Altre trecento persone, pigiate su autobus e auto, si sono date appuntamento nel capoluogo, 700 chilometri a sud-ovest di Mosca, e hanno organizzato un corteo poi bloccato da un imponente cordone di polizia.

Non ci sono stati incidenti e nessuno è stato arrestato. Ma la presenza di personaggi famosi, come il blogger Alexei Navalny, la star tv Ksenia Sobtchak
(ex testimonial della campagna di Putin), Ilya Iachine di Solidarnost e Dmitri Goudkov, leader giovanile di "Russia unita", hanno rivitalizzato un movimento dato per scomparso.

Questo docente di 40 anni, simbolo di una generazione nata sotto il comunismo sovietico ma cresciuta con la caduta del Muro, eletto tra le fila di un centrosinistra moderno e riformista, riesce a mettere in crisi un regime che appare granitico. Il suo digiuno ha provocato una piccola rivoluzione persino nella Duma (Camera bassa) di Mosca. Trenta deputati dell'opposizione hanno lasciato l'aula del Parlamento mentre Putin pronunciava il suo ultimo discorso da primo ministro.

Una protesta impensabile fino a qualche mese fa. Nel suo eloquio programmatico, fatto di prosperità e di pace per una Russia orgogliosa di tornare ad essere la grande potenza di un tempo, il neoeletto presidente ha commesso un errore. Ha snobbato chi gli chiedeva conto delle palesi frodi commesse nelle elezioni amministrative dell'11 ottobre scorso ad Astrakhan. Si è burlato di Oleg Shein e del suo sciopero della fame. "Perché digiunare?", ha commentato con sarcasmo. "Se ci sono delle contestazioni sui risultati basta rivolgersi al Tribunale".

I deputati si sono alzati e hanno lasciato il Parlamento. La cosa ha colpito Putin. Anche perché i suoi uomini lo hanno chiamato allarmati da Astrakhan e gli hanno raccontato quello che accadeva.

Il futuro presidente ha spedito nella regione il capo della Commissione elettorale centrale Vladimir Tchovrov che ha cercato di prendere tempo. "Non ci sono motivi per procedere ad una nuova conta dei voti - ha sostenuto - c'è uno scarto troppo ampio tra i due candidati". Ma ha dovuto smentirsi. Da Mosca invitavano alla prudenza.

Le prove saranno esaminate. Soprattutto i video piazzati nei seggi. Sarà difficile, se le immagini dimostreranno i brogli, confermare il verdetto delle urne. La vittoria di Mikhail Stolyarov, imposto da Putin come sindaco di Atrakhan, potrebbe trasformarsi nella prima sconfitta dell'uomo forte del Cremlino.

(13 aprile 2012) © Riproduzione riservata

La maratona è vinta: la Russia è nel Wto

da temi.repubblica.it/limes

di Giovanni Dioguardi e Alessandro Di Simone
Il Cremlino ha l'occasione per ridefinire priorità economiche e collocazione geopolitica. Più apertura e meno protezionismo. Non tutti sono d'accordo. La fredda accoglienza dell'Unione Europea. Le opportunità per le imprese italiane.

Il capitalismo russo alla sbarra | La Russia è cambiata: e Putin?


(Carta di Laura Canali tratta da Limes 6/2011 “Alla guerra dell’euro” - Per ingrandire clicca qui)

Il negoziato più lungo e difficile nella storia dell’Organizzazione mondiale del commercio: con queste parole, i tecnici di Ginevra hanno definito l’adesione della Russia al Wto, ufficializzata quasi a sorpresa lo scorso 16 dicembre in occasione dell’ottava Conferenza ministeriale. "Benvenuti nel Wto...finalmente”, recitava la maglietta indossata per le foto di rito da Pascal Lamy, direttore generale dell’Organizzazione, che ha paragonato l’ingresso della Russia a una maratona durata 18 anni e di cui solo oggi s'intravede il traguardo.

Il gruppo di lavoro incaricato di valutare la candidatura russa si insediò infatti nel lontano 1993, appena pochi mesi dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, quando il Wto si chiamava ancora Gatt (General agreement on tariffs and trade) e la Russia era un’ex superpotenza sull’orlo del default che sembrava aver imboccato inesorabilmente il viale del tramonto.

Dopo l’ingresso della Cina (datato 2001), la Russia era l’unico grande paese escluso dall’organizzazione di Ginevra. All'epoca, l'efficacia della Wto sembrava messa pesantemente in discussione dallo stallo dei negoziati del Doha Round e da un sistema di veti incrociati che avevano reso irraggiungibile un accordo ambizioso sulla riduzione delle barriere al commercio.

A rallentare le trattative non è stata solo la difficile transizione del paese verso un’economia di mercato. Quando gli scogli apparentemente più grandi - i negoziati bilaterali con Unione Europea e Stati Uniti - erano ormai superati, la Georgia ha posto il proprio veto per ritorsione al conflitto armato scoppiato nell’estate 2008 [carta] e culminato con l’occupazione dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud da parte delle truppe di Mosca.

Venuto meno il "no" georgiano, affinché l’ingresso di Mosca nel Wto diventi effettivo manca solo la ratifica da parte della Duma, che dovrà avvenire entro il prossimo 23 luglio. Il governo russo avrà poi ulteriori trenta giorni per notificare a Ginevra l’avvenuta ratifica. Da quel momento, il Wto potrà contare ufficialmente il suo 154esimo membro.

Geopolitica dell’adesione

Dmitrij Medvedev ha definito l’ingresso come uno dei risultati più importanti conseguiti dalla sua presidenza negli ultimi anni. Secondo il Cremlino, essa risponde ad un duplice ordine di obiettivi: sul fronte interno, servire gli interessi nazionali; su quello globale, stabilizzare il panorama mondiale degli scambi. Gran parte della stampa russa ha incensato il completamento del percorso negoziale, sul cui esito fino a pochi mesi fa venivano espressi dubbi persino dal ministro dello Sviluppo economico El’vira Nabiullina.

I maggiori attori della scena internazionale si sono prudentemente allineati dietro le formule di rito di benvenuto al club. L’area geopolitica su cui gli effetti dell’adesione si riverbereranno in maniera più evidente è l’Unione Europea, già adesso primo partner commerciale della Federazione. Il commissario europeo al Commercio Karel De Gucht si è detto convinto di un sostanziale incremento dell’interscambio euro-russo: le imprese europee si aspettano fino a 3,9 miliardi di euro di maggiori esportazioni.

Non sono tuttavia mancate le frizioni dell’ultimo momento. Sfruttando l’entusiasmo del risultato raggiunto, l’Ue avrebbe, secondo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, cercato di “forzare la mano” sugli impegni assunti dalla Russia, suscitando il risentimento del capo della diplomazia di Mosca che il 21 marzo scorso ha addirittura adombrato - come extrema ratio - una possibile marcia indietro sulla ratifica dell’accordo.

Posizioni più controverse sono state espresse dagli Usa. L’ambasciatore americano a Mosca Michael McFaul - ideologo del reset nelle relazioni russo-statunitensi e inviso al Cremlino per il suo aperto sostegno a gruppi d’opposizione e Ong più o meno eterodirette - ha affermato piuttosto sgarbatamente che l’accesso al Wto rappresenta “un dono” non tanto per i russi, quanto “per gli agricoltori, per i lavoratori e per i produttori americani”.

Ciò tuttavia a condizione che si proceda all’abrogazione dell’emendamento Jackson-Vanik, misura concepita nel 1974 per ostacolare le normali relazioni commerciali con i paesi imponenti restrizioni alle libertà personali (tra cui quella di emigrare). Inizialmente rivolto contro l’Unione Sovietica, esso impedirebbe oggi la concessione alla Russia dello status di "permanent normal trade relations", interpretazione statunitense del concetto di "nazione più favorita" su cui poggia l’architettura Wto. Gli effetti dell'ingresso sarebbero quindi vanificati.

L’accesso all’Organizzazione di Ginevra garantirà inoltre una maggiore integrazione anche a livello di Unione doganale con Bielorussia e Kazakhstan, fungendo nei piani del Cremlino come volano per l’ingresso degli altri due paesi in orbita Wto e per il rafforzamento del ruolo di guida della Russia fra gli Stati dell’ex Unione Sovietica.

Non mancano, tuttavia, grosse tensioni interne. Il movimento Rossija protiv Vto (Russia contro il Wto), con ramificazioni operative nelle principali città della Federazione, ha lanciato diverse campagne mediatiche contro l’accesso, raccogliendo interventi di personaggi di primo piano nel mondo accademico (fra tutti Boris Kagarlickij, direttore dell’Istituto per la globalizzazione e i movimenti sociali). Il movimento supporta anche un’iniziativa referendaria promossa da diversi economisti e personaggi politici russi, fra i quali Konstantin Babkin, influente deputato di Novgorod nonché presidente di Rosagromaš, importante associazione dei produttori di macchine agricole.

Nel quadro parlamentare si sono detti contrari all’adesione i comunisti guidati da Zjuganov (che hanno sfiorato il 20% alle elezioni parlamentari di dicembre), i nazionalisti dell’Ldpr di Žirinovskij (11,7%) e i moderati di Spravedlivaja Rossija (13,2%) - il cui leader Mironov ha ripetutamente evidenziato i rischi di perdita di controllo su settori strategici per l’industria del paese.

Proprio sul tema della sovranità si sono concentrati gli attacchi più feroci di media ed opinionisti. Da più parti è stato avanzato il sospetto che l’apertura del mercato e la revisione delle politiche protezioniste in diversi settori (agricoltura in primis) siano funzionali ad interessi di marca statunitense - potenza egemone in ambito Wto, secondo i russi. Dietro la piena integrazione nel circuito multilaterale degli scambi, si celerebbe l'interesse degli Usa a “bloccare” gli strumenti tradizionalmente impiegati dalla Russia per perseguire i propri fini politici, economici e - fino a pochi anni fa - sociali. Ne sarebbe prova in particolare l’obbligo - previsto nei capitolati dell’accordo - di riallineare i prezzi dell’energia a parametri di mercato e non a istanze politico-strategiche.

Resistenze e settori protetti

La lentezza dei negoziati non è stata determinata solo da opportunità politiche, ma anche da particolari “sensibilità” su cui le parti si sono date battaglia. Il sostegno dello Stato all'agricoltura è stato certamente un nervo scoperto. Arkadij Zločevskij, presidente dell’Unione cerealicola russa, ha fornito stime catastrofiche dell’impatto dell’accesso: le perdite annuali per l'industria del grano potrebbero ammontare a 56 miliardi di rubli.Sul cerealicolo ha impatto anche la ristrutturazione della suinocoltura. Il settore è minacciato dalla riforma del sistema di quote all’import di carni suine e dal calo dei dazi sui suini vivi. Babkin, il combattivo presidente di Rosagromaš, ha previsto che l’import di prodotti alimentari dall’estero passerà dal 45% al 70% del consumo totale.

Proprio per placare questi timori si è pubblicamente speso perfino Vladimir Putin, ricordando come tali settori possano godere di tutele particolari e di sistemi di contingentamento. La Russia si è comunque assicurata la possibilità di continuare a sovvenzionare l'agricoltura direttamente fino al 2015 per una somma di 9 miliardi di dollari.

Altra criticità che si è protratta per tutto il negoziato ha riguardato il settore automobilistico. L’industria russa non è in grado di reggere la concorrenza dei produttori stranieri, motivo per cui per le autovetture è stato previsto un processo di riduzione daziaria particolarmente esteso nel tempo (fino al 2019). Gli analisti si aspettano scarse ripercussioni benefiche sul prezzo di vendita delle automobili, essendo le riduzioni daziarie compensate dagli aumenti di costo di materie prime e componentistica. L’adesione, tuttavia, non dovrebbe generare distorsioni nei progetti di investimento di diverse case automobilistiche, considerati strategici per lo sviluppo del settore in Russia. La Hyundai, ad esempio, ha in progetto di passare dalle 120 mila auto prodotte l’anno scorso a circa 200 mila per il futuro.

Più in generale, i vertici politici della Federazione si sono espressi a più riprese sulla possibilità di sostenere settori industriali eventualmente colpiti da conseguenze negative dell’adesione. Il vicepremier Igor’ Šuvalov ha assicurato che dall’ingresso nel Wto “tutti usciranno vincitori, e non ci saranno sconfitti”. Il capo negoziatore, nonché direttore del Dipartimento negoziati commerciali presso il ministero dello Sviluppo Economico, Maksim Medvedkov, ha rassicurato l’opinione pubblica ed alcuni settori produttivi ricordando la possibilità di utilizzare un’ampia gamma di strumenti di difesa commerciale, dai dazi supplementari alle restrizioni qualitative all’import.

Impegni assunti dalla Russia in sede di adesione

Le principali riforme che la Russia si è impegnata ad intraprendere in sede di adesione riguardano l’apertura del mercato interno e l’aumento del proprio livello di integrazione nel sistema multilaterale degli scambi. Ciò implicherà tra l’altro una riduzione dei dazi e delle tariffe applicate all’import di prodotti stranieri (da un livello attuale del 10% si passerà al 7,8%), l’accesso facilitato al mercato dei servizi e il rispetto delle norme che regolano il commercio internazionale e che tutelano la proprietà intellettuale.

Non figurando fra i membri del Wto, il governo di Mosca aveva potuto finora aumentare i livelli di protezione del mercato domestico senza per questo incorrere in alcuna violazione delle norme internazionali. Dietro l’obiettivo di far fronte alla crisi o favorire il trasferimento tecnologico, le autorità russe avevano adottato misure di politica commerciale in molti casi palesemente in contrasto con le regole dell’Organizzazione. Non a caso, un’analisi della Commissione Europea identifica nella Russia il secondo paese del G-20 ad aver varato il maggior numero di misure protezioniste dall’inizio della crisi nel 2008: 71 su un totale di 424.

Il rispetto degli obblighi assunti in sede Wto dovrebbe invece determinare una maggiore integrazione della Russia nell’economia globale, attraverso un sensibile miglioramento dell’ambiente nel quale esportatori e investitori stranieri operano. Questo presuppone intanto un periodo di implementazione che per alcuni settori (in primis l’automotive) si estenderà per diversi anni, oltre alla piena e puntuale realizzazione da parte delle autorità russe delle riforme promesse.

L’appartenenza al club di Ginevra non esclude a priori l’insorgere di controversie commerciali o l’adozione di misure lesive del libero commercio. Tuttavia, l'adesione offre alle imprese e ai paesi che si sentano danneggiati da politiche protezionistiche gli strumenti e le sedi legali a cui quali far ricorso in caso di sospetta violazione degli obblighi.

La Russia nel Wto: un volano per la modernizzazione

Nonostante i rischi e le perplessità che puntualmente accompagnano le adesioni al Wto, quella russa potrebbe rivelarsi decisiva per il paese non solo da un punto di vista quantitativo (incrementi negli scambi commerciali e nei flussi di investimento con l’estero), ma soprattutto sotto il profilo qualitativo. Si tratta infatti di una sorta di imprimatur, crisma di ufficialità alle scelte strategiche e alla direzione intrapresa da un paese verso un’economia di mercato.

Gli obblighi assunti in sede negoziale, se correttamente implementati, potrebbero rendere più efficienti settori oggi pesantemente sostenuti dai sussidi pubblici. Lo stesso Putin ha citato più volte l’esempio dell’agricoltura, dove le sovvenzioni dirette dovrebbero lasciare il passo ad investimenti nell’ammodernamento delle infrastrutture, nelle bonifiche e nello sviluppo delle comunità rurali, interventi potenzialmente ben più efficaci rispetto al mero sussidio.

La regolamentazione e la standardizzazione delle misure di politica commerciale, rendendo la Russia più “aperta” agli scambi internazionali, dovrebbero inoltre generare una pressione su diversi settori (come quello metallurgico) a scalare la catena del valore. In questo modo, le produzioni si collocherebbero su un livello più elevato, potenzialmente meno accessibile per l’agguerrita concorrenza asiatica.

Tra le principali conseguenze attese, l’adesione al Wto darà uno stimolo allo sviluppo di un sistema industriale più moderno e competitivo, contribuendo ad avviare una diversificazione dell’economia e spingendo la Russia fuori dal Dutch disease che lo espone pesantemente alle fluttuazioni dei prezzi delle materie prime. Secondo alcune stime preliminari della Banca mondiale, nel medio periodo l’ingresso nel Wto potrebbe determinare un aumento del pil russo compreso fra l’1 e il 3%, mentre nel lungo periodo l’incremento potrebbe raggiungere anche l’11%.

Nel medio termine, inoltre, dovrebbero attenuarsi bizantinismi burocratici e pratiche vessatorie nei confronti degli operatori internazionali, contribuendo a migliorare il clima degli affari del paese e favorendo in questo modo maggiori investimenti di imprenditori stranieri.

Focus Italia

È indubbio che ciò possa tradursi in un aumento delle opportunità d’affari anche per le imprese italiane, che negli anni hanno saputo costruire con la Russia una partnership economica ed industriale di primo piano. A beneficiare in misura maggiore delle riduzioni tariffarie conseguenti all’ingresso nel Wto, saranno alcuni fra i settori di punta del made in Italy come il tessile-abbigliamento, le calzature, l’arredo-casa e alcuni prodotti alimentari; settori che attualmente sono gravati dai picchi daziari russi (livelli compresi fra il 15% e il 25%). D’altra parte, comparti per i quali è prevista una flessione dei dazi meno consistente, quali chimica e meccanica, prevedono già un livello di protezione tariffario relativamente basso.

La composizione merceologica del nostro export verso la Russia, unita alla forte specializzazione delle imprese italiane nei beni di consumo ad alto valore aggiunto, potrà quindi determinare in prospettiva vantaggi maggiori per le nostre imprese nel confronto con quelle degli altri paesi europei, il cui export si concentra invece in prevalenza nei beni strumentali.

Al di là delle pur importanti riduzioni daziarie sui prodotti importati dall’estero, la conseguenza forse più importante che riguarda l’adesione della Russia al Wto è rappresentata dagli impegni assunti su materie come certificazioni, procedure doganali, investimenti, licenze all’import o tutela della proprietà intellettuale. Per quanto comportino benefici di difficile quantificazione soprattutto nel breve periodo, tali provvedimenti pongono infatti le basi per una maggiore e più incisiva presenza delle nostre imprese sul mercato russo, anche da parte di quelle di piccola e media dimensione.

(11/04/2012)

martedì 3 aprile 2012

Russia, nasce la Guardia nazionale

da www.eilmensile.it

3 aprile 2012versione stampabile

Nascerà nell’ambito della ristrutturazione delle forze armate e dei servizi di sicurezza la Guardia nazionale, un corpo che verrà gestito direttamente dal presidente e assolverà funzioni relative alla sicurezza del Paese e della difesa del ‘regime costituzionale’. Si tratta di truppe per operazioni speciali, preposte a difendere le autorità e i civili dalle cosiddette minacce interne, tra cui eventuali azioni dell’opposizione, oppure instabilità in alcune regioni come il Caucaso del Nord. Al momento attuale sono preposti a tali obiettivi le truppe interne della Federazione Russa che contano circa 182 mila militari. Considerando l’esperienza delle rivoluzioni colorate e delle guerre civili, nonché le recenti manifestazioni di massa nella Russia stessa, si prevede che anche la polizia militare (20 mila persone) che viene attualmente organizzata in seno alle forze armate russe, diventerà parte della Guardia nazionale, il cui numero arriverà orientativamente a 350-400 mila militari. Potrebbe inoltre essere costituito un nuovo organo responsabile della sicurezza militare del paese, il Consiglio di sicurezza. L’insediamento di Putin quale nuovo presidente, si terrà il 7 maggio.

domenica 4 marzo 2012

Russia, Putin vince al primo turno Si temono brogli, opposizione in piazza

da www.repubblica.it

ELEZIONI

Il premier ottiene più del 63% delle preferenze. Votano tutti i leader, piccolo incidente per Medvedev che non riesce a infilare la scheda elettronica. Blitz delle femministe di Femen a seno nudo nel seggio. Imponenti misure di sicurezza, indette manifestazioni. Attacco a seggio Daghestan, uccisi 3 poliziotti

MOSCA - Il premier Vladimir Putin vince al primo turno con il 63,42% nelle presidenziali di oggi, dopo che è stato scrutinato il 30% delle schede. Lo riferisce la commissione elettorale in diretta tv. Nelle presidenziali del 2004 Putin aveva conquistato il 71,3%. Il leader comunista Ghennadi Ziuganov ha ottenuto il 17,7%, piazzandosi secondo, stando a un exit poll dell'istituto demoscopico Vtsiom. Il leader nazionalista di Ldpr Vladimir Zhirinovski è all'8,01%, Sergei Mironov di Russia Giusta il 3,67%, il miliardario Mikhail Prokhorov, unico indipendente, è al 7,5%.

Putin rivendica: "Vinta battaglia onesta". Più di 100 mila sostenitori di Putin sono arrivati al Maneggio, sotto le mura del Cremlino, per festeggiare la vittoria del loro beniamino alle presidenziali. Putin e Medvedev sono saliti insieme sul palco. Vladimir Putin si è mostrato in lacrime davanti alle migliaia di fan che lo attendevano. Vladimir Putin ha rivendicato la vittoria alle presidenziali russe in quella che ha definito "una battaglia aperta ed onesta". ''Vi avevo promesso che avremmo vinto. Abbiamo Vinto - ha detto -. Gloria alla Russia''. Il presidente 'in pectore' ha poi aggiunto che sono stati sventati ''i tentativi di dividere lo Stato e usurpare il potere''. Il premier, visibilmente commosso, ha aggiunto: "La nostra gente è in grado di distinguere il desiderio di rinnovamento dai tentativi di organizzare le provocazioni politiche per distruggere l'ordinamento
statale e usurpare il potere". "Putin, Putin", hanno risposto. Per il premier, dato ormai per vincitore alle presidenziali, il voto è stato "un test per tutto il popolo sulla maturità politica, sull'indipendenza e sull'autodeterminazione".

FOTO - Putin in lacrime sul palco 1


LA DIRETTA 2

Attacco a seggio
Daghestan, uccisi 3 poliziotti. Tre poliziotti sono stati uccisi nella repubblica caucasica del Daghestan durante un blitz di banditi col volto coperto in un seggio elettorale: ne è scaturito un conflitto a fuoco nel quale hanno perso la vita tre agenti di guardia e un malvivente. Lo riferiscono le agenzie. Ignoto il movente dell'assalto, avvenuto un'ora dopo la chiusura del seggio nella zona di Khasaviurt.

Ziuganov: "Piovra mafiosa su elezioni"
. L'ennesimo secondo posto dietro a Putin non è piaciuto al leader del partito comunista russo Ghennadi Ziuganov, che ha commentato poco dopo la chiusura delle urne: "non ritengo le elezioni del 4 marzo trasparenti e giuste, non sono legittime". Oltre a sottolineare che "la piovra mafiosa" va a toccare anche la commissione elettorale. Ma verrà presto il tempo di rispondere della "piovra", secondo Ziuganov. Dal suo quartier generale, ha confutato punto per punto il programma elettorale di Putin, sostenendo che è irrealizzabile. Compresa la soluzione del problema demografico, quello dell'alcolismo e la tossicodipendenza.

Prokhorov: "Elezioni non oneste, ma farò partito". L'oligarca Mikhail Prokhorov non ritiene oneste le presidenziali, ma ha spiegato di aver accettato di ''giocare con le regole altrui'' per creare una base per il suo nuovo partito. Il magnate, che spera di superare il 10%, ha aggiunto di aver partecipato alla corsa per il Cremlino per far conoscere all'opinione pubblica le proprie vedute

Gorbaciov: "Grandi dubbi su risultato"
. L'ex presidente dell'Urss, Mikhail Gorbaciov, dubita del risultato delle presidenziali. ''Ci sono grandi dubbi che il risultato del voto rifletta gli umori reali della societa'''. ''Tuttavia - ha aggiunto - se non ci sono prove documentali delle falsificazioni di massa è difficile parlarne''.

Opposizione: "Osservatori picchiati". Sarebbero stati picchiati degli osservatori dell'opposizione in una cittadina fuori Mosca, Zheleznodorozhny, in base alle informazioni diffuse da Denis Bochkarev, un esponente delle proteste. La polizia non ha per ora dato alcuna informazione in merito. Il gruppo di osservatori-giornalisti del periodico locale Voce dei cittadini Elisabetta Klepikova e Daniel Sukharev, da Mosca, dopo essere stati cancellati dal seggio numero 530 stavano andando a sporgere denuncia, quando sono stati fermati e brutalmente aggrediti.

La giornata. L'affluenza alle presidenziali russe che si sono svolte oggi è stata del 63,37%. Lo riferisce la
commissione elettorale. Nelle presidenziali del 2008 si era attestato al 69,7%. La chiamata alle urne è stata caratterizzata anche da segnalazioni di brogli e un inedito voyeurismo elettorale con un milione di internauti incollati al pc per seguire il voto tramite le webcam.

Putin si è presentato al seggio a sorpresa insieme alla moglie Liudmila, da tempo scomparsa dalle scene pubbliche. Alla domanda se fosse a conoscenza di brogli, il capo del governo ha risposto: "Io ho dormito bene, ho fatto un po' di sport, poi sono arrivato qui. Non ho avuto contatti con il mio staff".

I rivali di Putin, insieme all'Ong Golos e agli osservatori del partito Iabloko, hanno denunciato vari episodi di brogli e di irregolarità. Da un giro in alcuni seggi della capitale, l'agenzia Ansa ha constatato che la segretezza del voto non era così blindata: le cabine non erano chiuse completamente dalle tendine, mentre molti elettori infilavano la scheda aperta nelle urne trasparenti lasciando intravedere la loro preferenza.

IL BLITZ DI FEMEN FOTO 3 - VIDEO 4

Tra le curiosità da segnalare il nuovo blitz del gruppo femminista ucraino Femen (foto 5): tre attiviste si sono spacciate oggi a Mosca per giornaliste nello stesso seggio dove poco prima aveva votato il premier e si sono tolte i vestiti rimanendo in topless e gridando slogan contro il capo del governo.
Piccolo "incidente" invece per il leader uscente del Cremlino Dmitri Medvedev: il suo primo tentativo di introdurre la scheda nell'urna elettronica è stato respinto, ma poi il presidente ha insistito vincendo il "duello" con il congegno automatico.

MEDVEDEV, INCIDENTE ALLE URNE - VIDEO 6

Allerta massima a Mosca, dove tra questa sera e domani sono previste almeno 26 manifestazioni. Domani l'opposizione promette il pienone in piazza Pushkinskaja, dove è stata indetta (alle 19 ora locale, le 16 in Italia) la manifestazione del movimento "per elezioni oneste" che da dicembre chiede riforme politiche e l'uscita di scena di Putin.

Solo nella capitale sono 38.500 gli agenti dispiegati, di cui 6.500 chiamati di rinforzo all'ultimo momento in vista delle proteste post-elettorali. Oltre 176.000 osservatori, tra indipendenti e internazionali, mentre webcam sono state installate in quasi tutti i 96.000 seggi aperti nel Paese. Per prevenire attacchi terroristici, i seggi elettorali delle grandi città sono stati muniti anche di metal detector. Le webcam nei seggi elettorali, però, sono state ''solo un colpo mediatico, sostanzialmente fasullo: in realtà potevano controllare solo che nessuno rubasse l'urna, non i conteggi'', ha detto all'Ansa Matteo Mecacci, deputato radicale, in questi giorni a Mosca in veste di osservatore dell'Osce.

(04 marzo 2012) © Riproduzione riservata

Mosca blindata nel giorno di Putin Oggi le elezioni presidenziali

da www.repubblica.it

L'opposizione prepara proteste. Agenti ceceni per la repressione. Sequestrati due camion di tende. Si temono sit-in stile "rivoluzione arancione" dal nostro corrispondente NICOLA LOMBARDOZZI

MOSCA - Con lo sguardo fisso sui loro tablet eternamente connessi con il mondo, davanti a un caffè con panna di "Shokolanidtsa" o a una pinta di birra al "Saint Jacques", i giovani della Nuova Mosca si preparano a trasformare una disfatta annunciata in una mezza vittoria. Le elezioni presidenziali di oggi, che dovrebbero riportare per la terza volta al Cremlino l'eterno Vladimir Putin, vanno "macchiate" con una visibile manifestazione di dissenso. Per questo, nel più assoluto segreto, tra ammiccamenti e segnali in codice, si studia cosa fare stasera, subito dopo la proclamazione dei risultati. Un corteo estemporaneo o un girotondo a sorpresa di qualche edificio simbolico? Qualcuno propone di tirare fuori le tende da campeggio che sono la cosa che il governo teme di più. Evocano infatti l'inizio della rivoluzione arancione che per qualche anno dal 2004 riportò a furor di popolo un barlume di democrazia nella vicina Ucraina. Ma dove sono le tende? La polizia ha sequestrato due camion interi arrivati l'altro ieri. Ce ne sono altre di scorta? Forse sì ma non si può dire ad alta voce. Lo vedremo tra poche ore.

Sulle sponda più suggestiva della Moscova, al quinto piano della Casa Bianca, sede del governo, Vladimir Putin ha riunito i suoi più fidati amici e consiglieri in un ufficio che si appresta a lasciare al suo "compagno di tandem" Dmitrij Medvedev reduce da quattro anni da Presidente. La situazione non pare messa male. I sondaggi garantiscono la vittoria
al primo turno con il 66 percento. Meno del 72 per cento dell'ultima volta ma, con i tempi che corrono, sarebbe un trionfo. I dubbi però ci sono e creano molto nervosismo nella stanza del potere dove si ripassa la mappa del Paese più grande del mondo. Nessun problema per le regioni blindate e militarizzate del Caucaso dove, semmai bisognerà stare attenti a non finire nel ridicolo con percentuali superiori al 100 per cento come è capitato più volte. Qualche patema in più per le zone lontane dell'Estremo Oriente, a nove fusi orari di distanza, dove il voto è già cominciato, e dove la cattiva gestione dei governatori locali ha creato qualche malumore di troppo.

Ma il peggio è tutto nelle grandi città. Mosca e San Pietroburgo sembrano destinate a far male a Putin e i suoi. Anche l'ultima volta il crollo di Russia Unita è stato umiliante. Perfino nel seggio di piazza Gagarin dove vota la famiglia Putin al completo. E adesso ci si mette anche Aleksej Navalnyj, il blogger anticorruzione, l'oppositore più temuto, con i suoi volontari dotati di smart phone che andranno in giro per i seggi a segnalare puntigliosamente ogni ombra di irregolarità, rigorosamente on line. A complicare le cose ci sono poi le stesse nuove regole che Medvedev ha dovuto imporre su pressione della piazza: 96 mila webcam installate nelle cabine elettorali e collegate con un sito pubblico, facilitazioni per gli osservatori internazionali che continuano a protestare, criteri più democratici per la scelta degli scrutatori. Tutte cose che possono solo ridurre i consensi ufficiali per Putin. Scendere sotto la soglia del 60 per cento sarebbe grave. Finire al ballottaggio non pregiudicherebbe l'elezione finale ma sarebbe un disastro d'immagine dall'effetto incalcolabile. I consiglieri liquidano l'ipotesi con una risata, ma Putin non è del tutto sicuro.

Dietro le vetrate del Ritz-Carlton hotel sulla via Tverskaja, un centinaio di funzionari di polizia ceceni, scrutano il traffico della zona più elegante della capitale. Sono in borghese ma i giornalisti di Novaja Gazeta, che hanno imparato i segreti oscuri della Cecenia dalla loro collega assassinata Anna Politkvoskaja, li hanno riconosciuti. Sono gli specialisti della repressione silenziosa e violenta di ogni forma di contestazione. Il loro arrivo sembra solo una mossa preventiva. Al momento bastano i 36 mila uomini schierati in periferia in attesa di ordini. Se tutto filerà liscio, i ceceni resteranno a godersi il comfort della loro caserma a cinque stelle. Lasceranno agli altri il compito di gestire le manifestazioni ufficiali autorizzate per domani. Ma se stasera, risultati troppo negativi per il futuro presidente o intemperanze degli oppositori, lo dovessero richiedere, sono pronti ad agire. Alla loro maniera. La peggiore, quella che colora di tensione questa strana giornata elettorale.

(04 marzo 2012) © Riproduzione riservata

venerdì 2 marzo 2012

Putin: "No alla forza, credo nella democrazia Monti un kamikaze per il bene dell'Italia"

da www.repubblica.it

L'INTERVISTA

Il premier russo, candidato presidente nelle elezioni di domenica, racconta la sua visione della Russia e del mondo. "Se ci saranno brogli? C'è il tribunale"; "Al potere 24 anni? Se la gente è d'accordo"; "L'Iran? Ha diritto al nucleare civile". E su Berlusconi dice: "Siamo ancora grandi amici" di EZIO MAURO

NOVO-OGAREVO (MOSCA) - La terza candidatura alla presidenza della Russia, più un mandato da premier? "Perfettamente normale, io passo attraverso le elezioni, la gente decide". I brogli elettorali? "Non mi risulta, ma per questo ci sono i tribunali". La piazza in protesta che denuncia "Russia Unita" come un partito di malfattori? "Puri slogan elettorali, battute da comizio". Vladimir Putin risponde per due ore e mezza alle domande sui problemi di democrazia in Russia.

Presenta il suo programma per i sei anni di presidenza se domenica sarà eletto, scioglie i dubbi e ricandida ancora una volta Dmitrij Medvedev come premier, si impegna a non usare il pugno di ferro con l'opposizione e affronta i grandi temi aperti in politica estera: la Siria ("Noi vogliamo evitare che succeda quel che è successo in Libia, con quell'esecuzione medievale di Gheddafi"), l'Iran ("Ha diritto di avere il suo programma nucleare civile, sotto il controllo internazionale"), gli Stati Uniti ("Quando l'ho incontrato Obama in questa stessa sala, mi sono riconosciuto nelle sue idee").

Infine, l'Italia: "Monti è un kamikaze, sta facendo tutto benissimo, me l'ha detto proprio ieri Silvio Berlusconi, di cui continuo ad essere un grande amico".

Ci sono più poliziotti qui che nel centro di Mosca, anche nella zona del Cremlino. Si abbandona la Rubliovka (una volta circondata solo da dacie di legno e betulle, mentre adesso le vecchie case si trovano di
fianco vetrine Ferrari e Maserati, il Luxury Village, addirittura un Billionaire) e si gira a destra per una strada silenziosa e vuota col divieto d'accesso in cima, in mezzo ad un bosco pieno di neve. In fondo un grande muro bianco sormontato dall'aquila imperiale della Russia.

Quando si apre il gigantesco cancello di ferro si entra nella zona proibita di Novo-Ogarevo, il comprensorio del nuovo potere russo. A destra nel parco c'è la casa dove abita Putin, invisibile a tutti. A sinistra la pista per gli elicotteri. Davanti, adesso, un altro cancello con soldati di guardia in mimetica. Ed ecco la dacia dove Putin da dodici anni fa gli onori di casa a Capi di Stato e di governo e riceve i suoi ospiti ufficiali. Una grande costruzione gialla in stile moscovita virato al classico, con le colonne bianche sotto una piccola terrazza curva.

Al primo piano, la sala da pranzo dove durante la cena si è svolta l'intervista con i direttori di alcuni tra i principali giornali internazionali: James Harding del Times, Gabor Steingart di Handelsblatt, John Stackhouse del Globe and Mail, Yoshibumi Wakamiya dell'Asahi Shimbun, Sylvie Kauffmann direttrice editoriale di Le Monde, e Repubblica. Ecco il testo dell'intervista.

Il giorno dopo il voto per la Duma, è rimasto sorpreso di vedere così tanta gente in piazza a protestare?
"Perché dovrei sorprendermi? Non c'è nulla di strano. Allora da voi, con migliaia di persone in strada per la crisi? Io sono contento, perché questo significa che le strutture del potere devono reagire, sono costrette a farsi venire delle idee per risolvere i problemi. Questa è una cosa costruttiva, una grande esperienza per la Russia".

Ma lei non dà ascolto agli oppositori, non parla mai con loro. Perché?
"Io parlo con tutti, anzi una volta ogni dieci giorni sono fuori da Mosca a incontrare dirigenti, operai, sindacati, gente della strada. Questa è la caratteristica della mia esperienza nel potere russo. L'altro giorno, quando è esplosa ad Astrakan una casa per il gas con morti, feriti e gente senza tetto, sono andato da loro, sono salito sull'autobus dove avevano trovato rifugio e ho pensato che questo è il mio dovere: il rapporto con la gente, di qualunque colore politico sia".

Ma lei non dialoga mai con la piazza e coi suoi leader. Come mai?
"Un momento, io li rispetto. Anche se molti di loro erano leader già in passato e non possono vantare grandi risultati per questo Paese. Per me, non sono i dibattiti o le promesse che fanno la differenza. La fiducia viene dai risultati raggiunti in questi anni".

I sondaggi dicono che lei può vincere le elezioni al primo turno. Ma come si sente quando ascolta gli slogan urlati in piazza che definiscono il suo partito, Russia Unita, come una formazione di ladri e malfattori?
"Queste sono frasi ad effetto, puri slogan. I loro capi sono stati al potere, hanno ricoperto cariche. Discutere in base a un linguaggio populista non è buona cosa. Non dicono mai niente che serva a risolvere i problemi".

Ma non crede che questo scambio ripetuto di incarichi al vertice tra lei e Medvedev dia vita ad una sorta di oligarchia politica e a un sistema bloccato?
"Senta, e allora Kohl, sedici anni al potere, cos'era? Di Berlusconi non parlo perché è un mio amico. Ma il Premier canadese, altri sedici anni. Perché solo noi diventiamo oligarchi? Penso che candidarci sia un nostro diritto purché si agisca nell'ambito della legge e della costituzione. Di che oligarchia andiamo parlando...".

Ma vediamo in concreto: lei nominerà Medvedev al suo posto come Primo Ministro?
"Sì, se sarò eletto, lui sarà il mio Premier".

Ma dove ha sbagliato Medvedev? Perché lei pensa di essere più adatto di lui alla presidenza della Russia, e di meritarsela di più?
"Ma quando mai ho detto una cosa simile? Noi abbiamo un accordo preciso, che si basa su questo: se i risultati della nostra opera sono buoni e le cose migliorano, noi dobbiamo valutare insieme serenamente chi ha più chance di essere eletto, e gode di maggior fiducia tra i cittadini. Cosa c'è di strano? Alla fine di quest'anno abbiamo visto che toccava a me perché il mio consenso era più alto di due punti percentuali. E non poteva che essere così, visto che i poveri si sono dimezzati e il reddito è cresciuto di 2,4 volte, mentre abbiamo ripreso in mano un Paese a pezzi e abbiamo rianimato l'esercito, risollevando perfino l'indice di natalità, problema di tutta l'Europa. La gente sa che queste cose le ha fatte il governo. Ecco dove nasce la mia ricandidatura".

Ma lei pensa di ricandidarsi anche per il prossimo mandato, rimanendo al potere addirittura 24 anni?
"Se alla gente va bene, perché no? Ma in realtà non lo so, non ci ho proprio pensato".

Lei ha il consenso delle campagne e della periferia, ma la nuova classe media urbana, quella delle grandi città, aperta alle nuove tecnologie e alla modernizzazione del Paese vuole cambiare ed è contro di lei. Cosa risponde?
"Siete proprio sicuri che la classe media sia contro di me? Magari in questa fascia di popolazione il consenso per me si riduce, ma è sempre la maggioranza. E poi, bisogna essere obiettivi: loro sono la novità, la Russia moderna, ma il nuovo non sta tutto qui. Anche nell'agricoltura, ad esempio, è in atto un processo di modernizzazione tecnologica. Non facciamo errori, ci vuole equilibrio. Però, certo, ammetto che la classe media è più esigente, e si scontra direttamente coi problemi, la corruzione, il malfunzionamento della burocrazia. E noi dobbiamo dare risposte. Ma questo riguarda tutto il sistema politico".

Parlando con i leader degli oppositori, si avverte il timore che lei dopo il voto possa avere la tentazione di una prova di forza contro il dissenso. Cos'ha da dire?
"Ma di che hanno paura? Perché dovrei farlo, se stiamo agendo esattamente in senso contrario? La nostra strategia è quella del dialogo. Del resto anche Medvedev ha presentato una legge per rinnovare e aprire il sistema politico, rendendo più facile la nascita di nuovi partiti e introducendo nuovi criteri per le elezioni della Duma. Quindi non capisco da dove nascano questi timori".

Nascono dalle denunce di brogli e falsificazioni alle ultime elezioni politiche. Lei minimizza, ma non crede che questi episodi gettino un'ombra sul sistema di potere russo?
"Non so, ma esiste una legge: rivolgersi al tribunale. In passato è successo, gruppi di persone si sono rivolti alla giustizia e i risultati sono stati modificati. Ad esempio a San Pietroburgo".

Ma quando un leader dell'opposizione come Aleksej Navalnyj denuncia sul suo sito la marcia della corruzione attraverso la Russia, tema sensibilissimo, lei cosa ne pensa?
"Molte persone anche nelle alte sfere del potere sono stati inquisiti e processati. Però bisogna avere le prove, deve esserci un processo. Non faremo mettere in galera la gente se non esistono riscontri indiscutibili sulla loro colpevolezza. È uno sport che nel passato del nostro Paese si è praticato troppo, e ha fatto molte vittime innocenti coi processi sommari. Non lo ripeteremo".

La corruzione sembra dilagare soprattutto nei quadri intermedi, non nel vertice. Perché?
"Ripeto, ogni caso va dimostrato in un libero tribunale. Navalnyj? Anche un suo consigliere ha avuto problemi per abuso in atti d'ufficio. Ma voglio dire che scoprire casi di corruzione corrisponde sempre all'interesse dello Stato. Quello che non mi piace è che tutto questo venga usato a fine politico".

Perché non rivelate i vostri redditi come in Occidente? Negli Usa un candidato deve addirittura quasi calarsi i pantaloni. Da voi?
"Calarsi i pantaloni, forse, darebbe qualche impulso al voto. Ma non è necessario. Noi abbiamo tutto a posto, non vi preoccupate, e già diciamo quanto guadagniamo".

Lei pensa che il peggio della crisi economico-finanziaria sia passato? E appoggia l'austerità di Merkel e Sarkozy o crede più utile puntare sulla crescita?
"Non so rispondere. Ma penso che per superare davvero la crisi bisogna affrontare i fondamentali, che sono l'overproduzione e la saturazione dei mercati. Ci vuole un cambio di priorità, passare dalla finanza all'economia reale. Non voglio dare giudizi su Merkel e Sarkozy, so che la situazione è molto difficile, e al loro posto avrei forse scelto la stessa politica. Non si può superare un burrone in due balzi, bisogna farlo con un salto solo. Basta però non esagerare con l'imposizione della disciplina economica e della rigidità, se no si arriva al collasso e alla stagnazione. C'è una sottile frontiera che dobbiamo stare attenti a non varcare. Se i bond europei potranno aiutare, noi saremo d'accordo, così come se la Bce dovesse fare emissioni per contrastare il debito. Noi comunque daremo una mano, nel limite delle nostre possibilità".

Quale pensa sarà il futuro della Ue e dell'euro?
"Il nostro maggior partner commerciale è l'area euro, arriva al 50 per cento. Ecco perché siamo molto interessati alla crescita della Ue e al suo risanamento e ci auguriamo che l'euro mantenga le sue posizioni. Non dimenticate che il 40 per cento delle riserve della Russia è in euro".

C'è molta preoccupazione in Occidente per ciò che succede in Siria. Le armi usate sono russe, nell'ultimo mese sono morte centinaia di persone. Come si pone lei il problema di fermare questa violenza?
"La gente guarda la Siria coi vostri occhi, ciò che voi mostrate sui giornali e in tv. C'è un conflitto civile armato, e il nostro obiettivo non è di aiutare governo o opposizione armata, ma di arrivare ad una pacificazione. Non voglio che si ripeta la Libia. Ve la ricordate quell'esecuzione medievale di Gheddafi? E dopo? Donne violentate a centinaia, bambini che muoiono, gente che soffre. Lo avete scritto? Troppo poco. Noi non vogliamo che in Siria succeda niente di simile. Quanto alle armi, il nostro interesse non è più alto di quello che può avere la Gran Bretagna, Non abbiamo con la Siria nessun rapporto speciale, ma vogliamo costringere entrambe le parti a fermare la violenza".

Perché non avete firmato la risoluzione dell'Onu sulla Siria?
"Ma voi l'avete letta? Io sì. C'è scritto che bisogna portare via le truppe governative dai villaggi dove si trovano. Ma perché non dire che deve ritirarsi anche l'opposizione armata? Così Assad non avrebbe mai accettato. Facciamo sedere le parti ad un tavolo, apriamo le trattative, questa è la strada".

Ma lei crede che Assad dopo tutto questo possa restare al potere?
"Non lo so, sono le parti che si devono mettere d'accordo. Con gli sforzi congiunti di Unione Europea, Stati Uniti e Russia possiamo farcela. Una cattiva pace è sempre meglio di una buona guerra".

Cosa pensa delle minacce iraniane nei confronti di Israele?
"Stiamo parlando di una regione esplosiva, discorsi troppo bellicosi in quell'area possono essere molto pericolosi. Ma l'Iran ha diritto ad avere un suo nucleare civile, certo sotto il pieno controllo delle organizzazioni internazionali e dell'Aiea".

Se l'Iran verrà attaccato, che farà la Russia?
"Per anni, e negli ultimi dieci in particolare, la Russia ha avuto una posizione precisa. I nostri soldati non escono dalle frontiere della Russia, e questa è una impostazione ferma, di principio, per la pace. Negli ultimi dieci anni si è ricorsi troppo spesso all'uso della forza per risolvere i conflitti internazionali. E questo lascia un'impronta negativa nelle relazioni tra Stati, e spinge certi Paesi a cercare l'arma nucleare come strumento di difesa".

Come sono i rapporti con gli Usa?
"Proprio in questa sala ho visto Obama due anni fa. Mi è sembrato franco e sincero, e molte cose che diceva sono le stesse che penso io. Io non so se riuscirà nei suoi intenti, ma non si può dire che i nostri rapporti non siano buoni. Le discussioni sullo scudo stellare? Le ho avute anche con Bush. Noi non vogliamo che lo scudo ci minacci, loro dicono che è orientato solo verso sud, noi chiediamo che ce lo mettano per scritto: loro dicono che ci dobbiamo fidare. Ecco la questione".

Lei è stato amico molto stretto con Silvio Berlusconi, costretto a dimettersi dal calo di fiducia e di consenso. Cosa pensa dei primi mesi del suo successore Mario Monti?
"Di Berlusconi non 'ero' amico, lo sono sempre. Monti mi sembra che stia facendo tutto bene, assolutamente. Certo, il suo compito è molto difficile. Il primo ministro italiano è un kamikaze. I compiti che devono affrontare i leader dell'Italia e della Grecia possono essere svolti solo da persone che non hanno ambizioni politiche per il futuro, uomini responsabili, che amano il loro Paese, professionisti. Monti mi sembra una persona molto capace e tenace, me lo ha detto proprio Silvio ieri, aggiungendo di avere molto rispetto per lui. Ha aggiunto: lo aiuteremo".

Un'ultima domanda personale. Sua moglie non si vede da molto tempo: come mai?
"Mia moglie non è un personaggio pubblico. Quando lo sei, devi avere a che fare con i mass media, che non sono sempre delicati. Mia moglie e la mia famiglia non fanno politica, non fanno business, io voglio che le cose restino così, anche per la loro sicurezza".

Qualche grave errore che si rimprovera in questi dodici anni di potere?
"Sbagli sì, tanti errori di valutazione. Ma un errore veramente grave non riesco a vederlo".

L'intervista è finita. Putin guarda l'orologio, si fa portare due fette di pane dopo il dessert e il tè e saluta: il corteo di auto nere lo porta a giocare a hockey con le sue guardie del corpo, qui vicino, mentre ormai è notte intorno alla dacia del potere.

(02 marzo 2012)

venerdì 3 febbraio 2012

Russia, la rivolta degli innocenti così lottano i ragazzi dell'internet café

da www.repubblica.it

Il reportage

Putin li ha definiti i "criceti del computer". Gorbaciov li chiama figli della perestrojka. Sono blogger, giornalisti, ambientalisti e sfidano il regime attraverso la Rete. Li abbiamo incontrati. Ecco cosa vogliono di EZIO MAURO

MOSCA - L'ultima rivoluzione russa va in onda dal caffè vietnamita, sulla Nikolymskaja, all'angolo col Kolzò, l'anello che circonda il centro di Mosca. Apri la porta, parte la musica di "Magic Moments", ed entri nella quarta dimensione.

L'uomo che ha trovato la chiave di questo universo parallelo ha 35 anni, fa l'avvocato con un anno di specializzazione a Yale, ed è diventato il nemico numero uno del Cremlino, il capo della protesta che domani torna in piazza contro i brogli elettorali in vista delle elezioni per il Presidente della Russia.

Adesso Aleksej Navalnyj sta nel divano in fondo, circondato da tre collaboratori sotto i trent'anni, e qui riceve i giornalisti stranieri, nel caffè trasformato in ufficio volante della rivolta. Dice che è il suo mestiere che lo ha portato a leggere i bilanci delle grandi aziende russe, a documentare gli sprechi e la corruzione che cresce attorno al potere. Poi, la decisione di mettere cifre, sigle, nomi e cognomi su un blog, che si è trasformato in uno show online, che cresce ogni giorno.

A quel punto, spiega, il potere ha cominciato a perdere l'equilibrio. E lui, che dietro ogni azienda e ogni potentato economico vedeva sempre la "montagna" Putin, si è trovato senza accorgersene a fare politica. Finché una radio gli ha messo il microfono davanti e gli ha chiesto cosa pensa di "Russia Unita", il partito di Putin e Medvedev, i due leader che si scambiano da dodici anni le cariche al vertice dello Stato. Incredibilmente, sulle onde medie si è sentito un giudizio a cui la Russia non era abituata: "Un partito di ladri e di malfattori", ha infatti detto Navalnyj, ripreso e rilanciato da mille blog e dal tam tam infernale di Facebook.

La frase ha incominciato a vivere di vita propria e il potere che credeva di controllare tutto, si è dovuto accorgere del vortice incontrollato di Internet. Blog, siti sociali, clip amatoriali, una valanga di notizie, denunce, sberleffi corre sotto il controllo ufficiale dell'informazione di regime, lancia gli appuntamenti, aggiorna le parole d'ordine, convoca le manifestazioni, guida la piazza.

Noi non possiamo usare niente di fisico, dice Navalnyj, manifesti, volantini o giornali, perché la polizia controlla tutto. Allora è stato giocoforza spostarci in una dimensione parallela, tutta virtuale e in rete: la quarta dimensione, appunto.

Il potere non può seguirci, perché loro hanno una cultura materiale, da apparato, da controllo. Non sanno che fare. Putin aveva definito "criceti del computer" i ragazzi del web. Nell'ultima manifestazione di piazza, il 24 dicembre, uno striscione diceva: stai attento, i criceti si sono alzati in piedi, e oggi sono qui. Internet non è più controllabile, troppo tardi, il potere non ha alzato un firewall di filtro all'inizio, adesso ci sarebbe la rivolta di 60 milioni di utenti, con Mosca tutta ormai wireless, le infrastrutture finanziarie delle grandi aziende che operano solo in rete.

E così è in pieno svolgimento la battaglia nuovissima tra l'Internet dei popoli e la televisione del potere, che prova a nascondere, delegittimare, confondere. Navalnyj, ad esempio, non è mai comparso sulla prima rete di Stato, nemmeno quando ha portato centomila persone dall'Oktjabreskaja a piazza Bolotnaja (il luogo delle esecuzioni ai tempi dello Zar) attraverso il ponte dei matrimoni, stracolmo di ragazzi.

Ma dopo Capodanno, quand'è tornato con la sua famiglia da una decina di giorni in Messico, ha trovato due troupe con telecamere e microfoni: perché va in vacanza in Messico? È vero che sua moglie è americana e vive negli Stati Uniti? Lui ha mostrato alle telecamere la moglie e i due passaporti russi. Poi ha preso le immagini, e le ha messe sul suo blog. L'unica difesa che abbiamo, spiega, è dire tutto, sempre, su tutto.

Solo la trasparenza ci può salvare dall'opacità del potere, che sta provando anche a creare eroi di regime su Internet. Come l'anonimo che si firma "Il ragazzo col gatto", e minaccia dal web: fatevi pure le vostre rivoluzioni ma poi non lamentatevi se l'America finirà per invaderci e se i suoi soldati verranno qui a fare le stesse porcherie che hanno fatto in Vietnam e in Iraq: i nostri bisnonni non hanno certo tagliato la gola ai circassi e i nostri nonni non hanno fermato i nazisti per permettere al signor Navalnyj di distruggere la Russia con la sua propaganda pagata dagli americani.

Piantato in mezzo al bulvar, il viale interno più bello di Mosca, lo scrittore Viktor Erofeev alza gli occhi al cielo pulito dal freddo di questi giorni. Un tempo così, spiega, lo aspettavamo da novembre, cielo azzurro, sole, l'aria tersa come capita solo pochi giorni ogni inverno: e su questo paesaggio, è ancor meno sopportabile lo sporco del potere. Putin vincerà alle elezioni presidenziali del 4 marzo, ma Erofeev percepisce l'affanno del Cremlino, il disagio per gli attacchi violenti, l'incertezza non nel risultato, ma nella legittimazione. E a quel punto, si domanda lo scrittore, che Putin sarà? L'europeo, che sorride all'Italia, guarda alla Germania, fa accordi con l'America e accontenta la fascia giovane della popolazione, già occidentale nei consumi? Oppure l'uomo con la memoria del Kgb, che flirta col Venezuela, stuzzica gli Usa, cerca intese con la Cina? Nessuno oggi può dirlo.

Il mistero Putin forse diventerà un romanzo di Erofeev. Un mistero che secondo lui gli occidentali non possono capire, perché usano categorie sommarie, e trattano Putin come un dittatore. E invece è un ufficiale del Kgb, pronto a comprare e vendere, perché abituato a negoziare sempre uno scambio. Per lo scrittore, lo scambio che il Cremlino propone ai russi è chiarissimo: vi do la libertà privata che non avete mai avuto in cambio della lealtà politica. Arricchitevi come volete, garantisco io e vi assicuro impunità: ma girate al largo dalla politica, che è roba mia.

Come mai questo patto si è rotto? Dice Viktor Loshak, direttore da vent'anni di giornali progressisti, prima Moskovskie Novosti e oggi Ogoniok, che succede così quando si forma una classe media, in un Paese dove non c'è mai stata un'autonomia del sociale, e non è mai nata una pubblica opinione. Loshak ha chiesto poche settimane fa a Grigori Javlinskij, l'eterno antagonista di Putin a cui viene impedito di candidarsi, perché non si decide a dare battaglia. Perché, è stata la risposta, non ho mai visto perdere un leader che in otto anni ha aumentato di cinque volte il reddito medio del Paese: contro Putin è inutile.

E tuttavia sono proprio loro, i nuovi ceti medi in formazione che vanno in piazza. Non li avevo mai visti, dice il giornalista, mai come oggi: giovani, colti, professionali, hanno soldi, stanno bene, hanno qualcosa da perdere nella rivolta e invece eccoli che escono dalle case e dagli uffici e ingrossano la protesta. Per la prima volta, è una generazione interamente nuova che si manifesta: non più sovietica, soltanto russa, senza le colpe collettive del passato, la colpa di chi porta il giogo della dittatura comunista. Una generazione mai battuta, mai colpita dal potere sovietico e dalle sue umiliazioni. In questo senso è la rivolta degli "innocenti".

Anche se qualcosa del passato rimane in questa democratura che è la Russia 2012. Basta andare a trovare a Kommersant Oleg Kashin, che ha scritto un lungo articolo sulla protesta per difendere il bosco di Khimki, alla periferia di Mosca, minacciato da un raddoppio autostradale, e quando una sera tardi è tornato a casa ha trovato due persone che lo aspettavano sul marciapiede con un mazzo di fiori in mano. Nel mazzo c'era un tubo di ferro, lo hanno colpito più di 50 volte in testa, lasciandolo nel sangue finché ore dopo un netturbino non ha chiamato un'ambulanza.

Quel bosco che comincia dove i russi hanno fermato i nazisti, è coperto di neve, col sentiero battuto in mezzo a pioppi e acacie, e subito dietro si allungano le betulle, alte, bianche e flessibili. Soltanto che, appena ti avvicini, c'è una macchia di vernice rossa sopra un vecchio pioppo, su quella betulla, sull'acacia qui di fianco, forte e robusta. È il segno che quegli alberi sono condannati, devono morire, qui passa il tracciato della strada che trasformerà il bosco, come dice il generale Gromov, governatore, in una "infrastruttura".

Evghenija Cirikova, che ha 35 anni e due figlie piccole, vive a pochi passi dal bosco, in due stanze al primo piano di una vecchia casa kruscioviana dove Mosca finisce e non comincia nient'altro che periferia. Lei è entrata nella piccola foresta con altre mamme, qualche studente, pochi contadini coi capelli bianchi. Si sono fermati davanti ad un recinto di fortuna: la Zona. Dentro, hanno visto l'inizio della distruzione: alberi tagliati, tronchi piegati, mozziconi di pioppi, ceppi di betulla, un cimitero di alberi, sotto la neve. E attorno tutti quei segni rossi sugli altri alberi da abbattere.

Evghenija, che non aveva mai fatto politica in vita sua, si è infilata sotto i bulldozer, e li ha fermati col suo corpo, insieme con i suoi amici. Poi il potere ha cercato di negoziare, offrendole una casa più grande, ma lei ha risposto che vuole capire che fine faranno i boschi e il verde attorno a Mosca, i fiumi e i laghetti. Non sono del potere, ma nostri, spiega, non possono decidere loro. Devono smetterla di trasformare il nostro territorio in soldi, che attraverso soci francesi si infilano in un saliscendi di off-shore e finiscono agli amici del Cremlino: basta con questo potere incontrollato e famelico.

Mentre lo diceva, Evghenija ha cominciato a far politica, è finita sul palco di tutte le manifestazioni, vengono ecologisti da lontano a parlarle, oggi le televisioni svedese e finlandese la scortano nel bosco. Qui ha scelto la zona più bella, Bubrova, al confine coi tagli, e ha montato un vagone dove c'è una vigilanza 24 ore su 24, una sorta di sentinella a guardia della natura russa minacciata dal potere. Attorno, hanno scavato qualche trincea di difesa, c'è il riparo per i cani, e dentro ci sta appena un letto, una chitarra e una stufa. Per ora, i lavori proseguono tutt'attorno, e lì Evghenija li ha fermati.

Ma non le basta più. Ha creato da un mese una radio ecologista sul web, diretta da Aleksej Massolov, domani una colonna ecologista marcerà alla manifestazione, un'altra novità politica assoluta. Il giorno prima del voto contestato per il Parlamento, il gruppo del bosco di Khimki si è presentato davanti alla Casa Bianca, sede del governo, a chiedere giustizia, Evghenija aveva in mano una bilancia di plastica presa tra i giochi di sua figlia, l'hanno bloccata, portata via, fermata per un giorno.

È bastato un barrito dalla sirena del furgone della milizia per disperdere in un attimo tutto il gruppo. Ma il giorno dopo Evghenija ha ricominciato, e non ha più smesso. Se prendi coscienza dei tuoi diritti, spiega, vuoi andare fino in fondo, vuoi semplicemente essere libero. Ecco perché vado in piazza a parlare del bosco, ma anche a chiedere elezioni libere, questo potere se ne deve andare.

Dove ha preso la gente questa forza che non ha mai avuto, questa voglia di contare? Per capirlo bisogna entrare nella rete di Navalnyj e dei suoi ragazzi avvocati, accampati in otto in quattro stanze, ognuno davanti al suo computer, e con una sola penna per tutti, relitto del passato.

Dunque, ecco come si stimola la cosiddetta società civile, perché si muova. Konstantin Kolmykov, 29 anni, apre il sito di RosPil (vuol dire segatura di Russia, ciò che resta dopo la rapina) che ha come immagine ufficiale l'aquila di Stato a due teste, ma con due seghe al posto degli artigli. Infatti il sito serve a controllare come vengono spesi i denari delle commesse pubbliche, visto che Medvedev ha denunciato come su cinque trilioni di rubli spesi ogni anno uno venga rubato.

Funziona così. La gente manda le sue denunce al sito, che le pubblica, 93 avvocati indagano, per ogni materia si apre un portafoglio elettronico, si raccolgono contributi dalla popolazione, e si fornisce il rendiconto. Eccolo qui che scorre sullo schermo: verifiche in corso 212, denunce odierne 41, soldi recuperati più di quaranta miliardi di rubli. Per l'esattezza 40.407.536.066,71, cioè più o meno un miliardo di euro. Il rendiconto delle spese viene subito dopo: 5.660.285 rubli, vale a dire 75mila euro circa.

I russi scoprono che possono essere ascoltati, che dopo essere stati sudditi e bolscevichi possono diventare cittadini, capiscono che il potere si può addirittura fermare. Come quando RosPil ha scoperto che il governo della regione di Khabarovsk aveva deciso di farsi realizzare un sito Internet del costo di 25 miliardi di rubli, una cifra pazzesca. Denuncia sul sito, avvocati al lavoro, ricorso all'authority, denuncia per mancata concorrenza. Ricorso vinto, l'appalto è annullato, va fatta una gara. Ma il governo regionale rinuncia alla gara e a tutto. Non gli interessava il sito, evidentemente, ma la montagna di quattrini.

Ecco allora che si spiegano gli "Automobilisti organizzati" che si raccolgono attorno a Viktor Klepikov, 35 anni, e Sergej Kanaev, 36. O i seimila iscritti al sito "La buca russa" alimentato da Fedor Ezyev, che aiuta a far denuncia, codice alla mano, per le buche in strada. Fino ad arrivare al lavoro di Dmitryj Volov, 28 anni, che monitorizza le spese delle grandi corporazioni statali, i giganti del petrolio, e fa una battaglia legale continua per la trasparenza dei bilanci delle aziende e delle banche.

L'ultima raffica di ingiunzioni spedite a una decina di società riguarda i verbali delle riunioni dei Consigli di amministrazione. Qualcuna ha risposto, molte no, sono partiti i ricorsi, Dmitryj ha vinto contro Transnieft, a cui è stato imposto di rendere pubblici i dati richiesti.

Infine, e inevitabilmente, tutto porta e ritorna alla politica. Perché i ragazzi di Navalnyj usano lo stesso sistema per monitorare le prossime elezioni di marzo. Zhora Alburov, 22 anni, ha lanciato il sito di Rosvybori, elezioni russe. Qui si registra liberamente chi vuole fare l'osservatore contro i brogli, non vengono chieste patenti politiche o affiliazioni.


Il volontario scrive, un sistema automatico lo indirizza ad un seggio della sua zona dove alle elezioni parlamentari ci sono state percentuali sospette a favore del potere, sempre il sistema fornisce il nome dell'osservatore ai partiti d'opposizione che possono inviarlo come loro rappresentante al seggio. Fino ad oggi i volontari sono già 20mila, 10mila a Mosca, gli altri fuori. È come se un grande computer rovesciato avesse cominciato a controllare il potere.

La vera partita per il voto - che dovrebbe dare a Putin secondo tutti la vittoria al primo turno, una vittoria che il movimento considera un'autonomina - si gioca a Mosca. La provincia sterminata della Russia dei villaggi sta con Putin, nell'idea che il potere debba coincidere con la "sila", la forza, con le tradizioni profonde, con l'anima russa eterna che è un'anima imperiale, e che Putin ha restituito intatta dopo la disfatta dell'imperialismo sovietico.

Ma il movimento di protesta è cittadino, metropolitano, senza fili, creativo. Se si va di mattina dalle parti della vecchia fabbrica dolciaria "Ottobre Rosso", che spandeva il suo odore di cioccolato sovietico poroso fino al ponte, si scopre una zona di loft, cineforum, pub e birrerie che cambia il volto di Mosca.

Qui guardando dai vetri la Moscova ghiacciata il pubblicitario Jurij Saprikin si occupa dell'estetica della rivoluzione. Prima ha selezionato la musica, fermandosi sulle vecchia musiche della perestrojka, cantata dai "Kino'" ("Vogliamo il cambiamento") e soprattutto dal gruppo "Ddt" di Jurij Shevcjuk. Poi ha raccolto gli artisti di strada finché quelli di "Vojna'" hanno cominciato a dare fuoco a finte auto di polizia ad ogni performance.

E qui, l'estetica ha cominciato a mescolare codici e linguaggi. Col laser è stato proiettato il teschio con le tibie incrociate dei pirati proprio sulla facciata della Casa Bianca, basta un minuto, tanto l'immagine finisce su YouTube dove verrà moltiplicata all'infinito e vivrà per sempre. Al museo di biologia dieci ragazzi hanno improvvisato scene di vero sesso per festeggiare "l'orsetto Medvedev", prima di fuggire.

Poi la protesta degli automobilisti contro l'arroganza dei lampeggianti, con migliaia di auto che sfilavano per Mosca con un secchiello da bambino incollato al tetto, a simulare un lampeggiante, e la polizia che non sapeva che fare. Infine il colore bianco, portatelo tutti, un nastro o un fiore, chiedeva il web quando Putin ha annunciato la sua ricandidatura. Adesso, i palloncini bianchi. Perché la Bolotnaja dove si conclude la manifestazione è infossata, ma se si alzano in cielo anche dall'alto del Cremlino li vedono.

E i vecchi, in mezzo a tutti questi ragazzi designer, programmisti, campioni di YouTube: cos'hanno da dire i vecchi? È ancora viva una generazione maledetta, quella dei "Shestidisiatniki", i ragazzi degli anni Sessanta, che avevano fatto in tempo a credere nel breve disgelo di Krusciov per poi finire sepolti sotto la stagnazione brezneviana, e quindi faticosamente erano tornati a sperare - inutilmente - con la perestrojka. Adesso sono ai margini, sanno tutto e non contano nulla, conservano come hanno fatto per decenni la profezia di Bulgakov: "Tutto può ancora accadere perché nulla può durare in eterno".

Ma è giusto chiedere cosa sta succedendo a un vecchio dissidente, lo storico Roy Medvedev, che ha 87 anni e vive in fondo al Kutuzovskij Prospekt, dove va ogni giorno a riordinare la carte nel suo piccolo ufficio. Roy Aleksandrovic dice che al contrario del popolo della protesta, lui rispetta profondamente Vladimir Putin, e proprio per le ragioni che l'Occidente non capisce: basta voltarsi indietro, guardare alla stagione terribile degli anni Novanta, l'era di Eltsin, ricordarsi come la Russia stava crollando disfacendosi, tanto che nel suo villaggio sono morti tutti. Oggi, dice Roy Medvedev, il Paese è solido, la gente vive meglio, il timone della Russia è di nuovo governato, anche se capisco che questo possa dispiacere all'Occidente, e che i nostri ragazzi vogliano di più. Ma quel che conta è la Russia, e la Russia si è salvata.

Nel suo ufficio da monarca spodestato, pieno di fotografie coi Grandi della terra, Mikhail Gorbaciov dice che è vero, e proprio per questa ragione Putin dovrebbe ritirarsi dopo tre mandati, salvando ciò che ha fatto per la Russia, senza ostinarsi a durare oltre il limite. Mikhail Sergheevic ha 81 anni, si porta addosso la maledizione dell'ultimo Segretario Generale più dei meriti del primo riformatore. Ma una cosa vuole dirla: questi ragazzi hanno coraggio, li chiamano figli della perestrojka, allora vuol dire che noi vent'anni fa abbiamo gettato il seme di qualche speranza, che oggi matura.

Adesso si dice che la manifestazione vedrà meno gente, fa molto freddo, nevica e Facebook che moltiplica gli appelli ingigantisce anche i litigi tra i capi del movimento, con le accuse a Navalnyj per il suo passato nazionalista di destra, gli attacchi a Evghenija Cirikova per essere una sorta di hippy fuori tempo e fuori Paese, le critiche ai cosiddetti "ragazzi di Jean Jacques", più attirati dalle mode che dalla protesta, preoccupati solo di ritrovarsi nella birreria con quel nome vicino all'Arbat.

Pochi, tanti? Ma vedete, dice Denis Bylunov dagli studi della nuova tv di Solidarnost, che anche voi come loro siete figli di una cultura materiale, per voi contano solo i numeri e le quantità, mentre il muro si è rotto proprio per la qualità della protesta. La madre di Denis ha allenato la nazionale russa di scacchi, e lui stesso è stato assistente di Garry Kasparov, dunque gli scacchi spiegano tutto, la partita è appena cominciata. Noi, dice, siamo una minaccia perenne, e non più eliminabile: e il manuale di scacchi dimostra che la minaccia può essere più devastante dell'attacco frontale, e porta alla vittoria.

Al viet café chiedo a Navalnyj quanto può sopravvivere la pura protesta, senza uno sbocco politico. Lui dice che entro cinque anni ci saranno elezioni libere in Russia, e allora si candiderà. Altrimenti? Allarga le braccia, dice che non si può essere eroi di Internet per sempre, la rete mangia e consuma, la gente si stuferà, ma loro saranno stati utili comunque. Poi tace guardando due ragazzi che si baciano sul divano giù in fondo, incuranti del destino di questa rivoluzione da bar, anzi da Internet café.

(03 febbraio 2012) © Riproduzione riservata